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Quale “stile” nell’obesità

In presenza di obesità infantile diventa fondamentale riconoscere la terapia da seguire e in particolar modo individuare lo stile di vita da seguire.

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Quale “stile” nell’obesità

Terapia dietetica dell’obesità infantile

La tendenza prevalente è quella di eccedere in alimenti ad elevata densità energetica, ricchi di grassi e zuccheri semplici, ma poveri di carboidrati complessi e fibre, come carni grasse, uova, formaggi e dolci. Un eccessivo apporto alimentare, associato ad un ridotto dispendio energetico, determina la trasformazione dell’energia eccedente in grasso deposito, con l’instaurarsi dell’obesità. Prima di parlare di obesità è utile affrontare il concetto di ciò che è definito come peso ideale. La valutazione del peso ideale non è sempre un dato di facile rilevamento, poiché si basa su una valutazione clinica generale e sulla consultazione di tabelle che non sempre tengono conto dei vari parametri come età, sesso, costituzione.

Il riferimento al peso ideale è fatto con riserva, poiché, per ogni singolo soggetto, è stabilito un peso definito accettabile. Il metodo di valutazione attualmente utilizzato è l’indice di massa corporea (IMC) che, sebbene non costituisca una misura diretta dell’adiposità, è un indice attendibile che valuta indirettamente il peso corporeo accettabile, e la sua associazione con un aumento della prevalenza di disturbi metabolici, morbilità e mortalità. L’IMC si ricava con la seguente formula: IMC= P/ H2, P è il peso e H è l’altezza. I valori ricavati da questa formula evidenziano come il rischio di mortalità aumenti, se ci allontana sempre di più dai valori di normalità compresi tra 18,7 e 23,4. Per obesità s’intende un eccesso ponderale del 20% rispetto al peso previsto per sesso, età ed altezza. Per quanto riguarda i bambini consideriamo questa percentuale in rapporto ad appositi diagrammi, i così detti percentili, ne deriva che saranno sovrappeso i bambini con peso> 90 e obesi i bambini con peso> 97.

È vero che alla base dell’obesità vi sono anche dei fattori costituzionali, ereditari e famigliari, e talvolta vere e proprie cause patologiche, ma il più delle volte la causa principale è rappresentata da un tipo di alimentazione che determina un eccessivo accumulo di grasso.

L’aumento del tessuto adiposo, oltre che aumentare il volume delle cellule, ne aumenta anche il numero, che poi rimane tale per sempre. E un problema gravissimo: a partire dalla primissima infanzia, si va facendo sempre più preoccupante fino ad arrivare alla mezza età, quando l’obesità diventa un fattore di rischio e quindi causa primaria dell’insorgenza di patologie gravi. È nella primissima infanzia che l’obesità va prevenuta, evitando l’aumento eccessivo di peso durante il primo anno di vita e durante l’infanzia, si previene il meccanismo che faciliterà la comparsa dell’obesità in età adulta. La distribuzione prevalente del grasso corporeo può avvenire in sede addominale, tipicamente maschile ed è più pericolosa per la salute poiché correlata ad un maggior rischio di malattie cardiocircolatorie, e nei glutei e gambe, tipicamente femminile è un problema dal punto di vista estetico.

La pubblicità influenza le scelte alimentari

Negli ultimi anni, la radio, la stampa, ma soprattutto la televisione sono diventati sempre più i principali mezzi di informazione anche per quanto riguarda l’alimentazione. I modelli alimentari, che con la televisione entrano nelle case, sono prevalentemente proposti dalla pubblicità e riflettono quindi strategie commerciali, piuttosto che dalle esigenze di diffondere una corretta informazione di tipo nutrizionale.

È stato calcolato che circa la metà degli spot pubblicitari riguarda gli alimenti e che questa percentuale sale ancora di più durante i programmi per bambini. Il problema delle influenze della televisione sull’alimentazione infantile è oggetto di dibattito già da anni: nelle fasce orarie di programmazione orientata ai bambini vengono trasmessi oltre ventuno messaggi pubblicitari all’ora, dei quali quasi la metà (47,8%) promuovono in maniera diretta o indiretta prodotti alimentari, che però solo nel 9% dei casi sono nutrizionalmente corretti. I contenuti di tali messaggi pubblicitari devono risultare divertenti e attraenti per il bambino, per comunicargli sensazioni di felicità e di divertimento e sollecitare il desiderio di un particolare prodotto senza minimamente proporsi di offrire corrette informazioni.

La maggior parte delle pubblicità riguarda le merendine e altri fuori pasto che se consumati in abbondanza possono comportare elevati apporti di zuccheri o di grassi o di sale. Al di sotto degli otto anni la maggior parte dei bambini non è in grado di comprendere lo scopo commerciale di questi annunci pubblicitari; risulta quindi chiaro il condizionamento che essi esercitano sul bambino, sollecitandolo a consumare uno specifico prodotto.

Oltre a ciò, l’eccessivo consumo di televisione da parte dei bambini favorisce di per sé la sedentarietà e l’abitudine a mangiucchiare continuamente allontanandoli da un comportamento alimentare corretto e favorendo l’insorgenza dell’obesità. Si è visto che il numero di ore passate davanti alla televisione correla negativamente con i livelli di attività fisica e la minore attività è responsabile di un progressivo cumulo di grasso nel tessuto adiposo che nel corso degli anni conduce lentamente all’obesità.

Il numero di ore passate davanti alla televisione correla positivamente con l’incidenza e la prevalenza di obesità ed inversamente con la regressione del sovrappeso. Questo problema è particolarmente evidente nei bambini in età scolare e negli adolescenti. Il condizionamento pubblicitario al consumo di cibi nutrizionalmente non adeguati insieme alla sedentarietà e al consumo di frequenti snack contribuirebbe inoltre ad innalzare il livello di colesterolemia nei bambini.

I bambini restano inevitabilmente condizionati dalla pubblicità e la maggior parte, chiedendo, dichiara di essersi fatta comprare cose o giocattoli che ha visto pubblicizzati in televisione o sui giornali. Risentendo di questo problema si raccomanda di non lasciare il bambino per più di due ore al giorno davanti alla televisione, limite al di sopra del quale la sedentarietà diventa responsabile di potenziali danni alla salute, e di rendersi sempre disponibili a commentare insieme ai figli quanto viene trasmesso.

La grande attrazione che i bambini hanno per la televisione può però essere sfruttata anche in senso costruttivo, proponendo programmi didattici e messaggi pubblicitari che li incoraggino a seguire uno stile di vita sano. La moda e la pubblicità inviano messaggi precisi: per avere successo, per essere più belli bisogna essere magri, anche se questo cade spesso in contraddizione in alcuni messaggi pubblicitari, dove queste qualità (bellezza, successo) si associano con prodotti alimentari molto ricchi di grassi.

Sotto l’influsso di questi messaggi molte persone sono tentate di controllare il proprio peso con metodi drastici, partendo dal principio che più la dieta è severa e restrittiva e prima si otterranno i risultati voluti, cioè il calo ponderale e tutti gli apparenti benefici collegati ad esso. I rischi collegati a queste diete sono di due tipi: dal punto di vista biologico, il calo ponderale rapido è di breve durata, in quanto non determina una reale riduzione delle riserve di adipe, ma provoca essenzialmente una riduzione del compartimento muscolare e di acqua che dura solo fino a quando si riesce a mantenere, con enormi fatiche, un regime così rigido.

Dal punto di vista psicologico l’apparente euforia correlata ai primi giorni di dieta rigorosa è destinata a scomparire presto, la dieta rigida porta ad un graduale isolamento sociale, i risultati cominciano a diventare meno soddisfacenti quando la fame accumulata sfocia in veri e propri attacchi non controllabili; il risultato finale è la convinzione dell’ennesimo fallimento, con conseguente riduzione dell’autostima e perdita dell’autocontrollo.

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