L’attività fisica e ludica in oncologia pediatrica
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L’attività fisica e ludica in oncologia pediatrica

Il gioco e l’attività fisica sono due attività fondamentali per il benessere e la crescita nell’età evolutiva. Nei bambini malati di tumore è stato dimostrato che l’attività fisica è sicura e può avere innumerevoli benefici, come ad esempio migliorare l’efficienza cardiocircolatoria e muscoloscheletrica, la resistenza alla fatica e la qualità di vita.

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L’attività fisica e ludica in oncologia pediatrica

L’interesse per lo stato di benessere del bambino con cancro è cresciuto nel corso degli anni, con un graduale incremento degli studi riguardanti l’integrazione di diverse attività durante il trattamento, volte a migliorare la situazione del bambino, ognuna valorizzando diversi aspetti benefici.

Essendo oggi a conoscenza che gli effetti collaterali a livello psicologico e fisico sono causa di una diminuzione nella pratica dell’attività fisica di questi bambini rispetto ai loro coetanei sani, di una diminuzione nelle ADLs – Activity of Daily Life – (attività di vita quotidiana) e nella qualità di vita1-2, si inizia a ritenere importante l’inserimento di discipline che promuovano il miglioramento di questi aspetti all’interno delle strutture ospedaliere:

  • l’arteterapia (Favara-Scacco, Sminerne, Schilirò, & Di Cataldo, 2003);
  • la danzaterapia (Cohen & Walco, 1999);
  • la musicoterapia (Barrera, Rikov, & Doyle, 2002);
  • Interventi Assistiti con Animali (IAA o pet therapy) (Caprilli & Messeri, 2006).

Di particolare interesse per il presente studio troviamo:

  • la terapia del gioco (Gariépy & Howe, 2003; Nunes, de Lima, & Pereira Santos, 2015);
  • l’attività fisica (Culos-Reed, 2002; Marchese, Chiarello, & Lange 2004; San Juan, et al., 2008; Speyer, Herbinet, Vuillemin, Briancon, & Chastagner, 2010; Stolley, Restrepo & Sharp, 2010; Biddiss & Irwin, 2010; Huang & Ness, 2011;

Tutte queste proposte di attività, assieme alla presenza della scuola in ospedale e al sostegno psicologico, contribuiscono a garantire lo sviluppo cognitivo, emotivo e sociale dei bambini malati, portando un pò di normalità in un luogo in cui le loro abitudini vengono totalmente modificate.

Fin dalla diagnosi di patologia oncologica, nei bambini e nei loro genitori può comparire uno stato di ansia, con modificazioni a livello comportamentale, sociale ed emotivo, che si possono protrarre anche per diverso tempo (Regina et al., 2014). Questi aspetti devono essere considerati da tutto il personale ospedaliero3 ed è di fondamentale importanza l’utilizzo di un approccio empatico con il bambino durante i trattamenti medici. Le diverse figure che entrano in contatto con il bambino malato e con i genitori dovrebbero saper rimanere cognitivamente lucidi ma emozionalmente empatici4.

Nel 1998 Fredrickson e Levenson hanno riportato infatti che i bambini che sorridono maggiormente hanno un recupero più veloce e nel 2004 Zweyer et al. hanno dimostrato che i bambini che provano emozioni positive aumentano la loro tolleranza al dolore.

Tutto ciò si ricollega al “bisogno di essere felici”, manifestato dai bambini con tumore, già dal primo accesso in ospedale; bisogno rilevato dallo studio osservazionale del 2006 di Björk, Nordström e Hallström. Uno strumento semplice che permette di soddisfare tale bisogno è il gioco, perché giocare è innanzitutto bello (Capurso, 2014).

Recentemente, nel 2014, il Dott. Sacrato, neuropsichiatra infantile all’ospedale di Bologna, in un suo intervento sottolinea diversi aspetti riscontrati nei bambini ospedalizzati e precedentemente espressi in diverse pubblicazioni. Questi piccoli pazienti si trovano costretti a trascorre un tempo più o meno lungo in ospedale e soffrono del distacco dalla loro “normalità”, dalla casa e dalla scuola. Per questo, sostiene l’importanza di una proposta d’istruzione e di attività ludica all’interno dei reparti ospedalieri pediatrici. Un modo per migliorare l’aspetto psicologico, emotivo e relazionale nel bambino è il gioco, definito come strumento di crescita e di sviluppo, che svolge diverse funzioni a livello motorio, intellettivo, sociale ed affettivo. Inserire questo strumento nei reparti ospedalieri, sostiene Sacrato, porterebbe ad una serie di benefici tra i quali: introdurre “normalità” in un ambiente estraneo, distrarre il piccolo paziente dalla malattia e dal dolore, creare relazioni interpersonali e ridurre l’ansia.

Koukourikos, Tzeha, Panthelidou e Tsalogliduo (2015) svolgono una revisione riguardante gli effetti benefici della terapia del gioco applicata in pediatria con i bambini malati cronici. Sottolineano che il ruolo e il valore dell’attività ludica aumenta d’importanza quando il bambino è ripetutamente ricoverato in ospedale in quanto contribuisce in modo decisivo a livello emotivo, al benessere globale, allo sviluppo e al mantenimento della fiducia in sé stessi e dell’autostima. Lo studio ha dimostrato, in particolare, come la terapia del gioco sia fondamentale nei bambini più vulnerabili e affetti da malattie gravi come i tumori e ancor più se in fase terminale. Il gioco permette al bambino di esprimere le sue emozioni e, anche se per poco, di controllare la situazione che sta vivendo. Alcuni dei benefici collegati al gioco sono:

  • aiutare i bambini a conoscere un ambiente a loro sconosciuto e renderlo più familiare;
  • creare una continuità con la vita di tutti i giorni;
  • offrire un momento di gioia e divertimento;
  • contribuire allo sviluppo di nuove soluzioni creative rispetto le situazioni osservate.

Il gioco e l’attività fisica hanno dei benefici globali nel bambino sano ma anche e forse ancora di più in quello malato.

Due revisioni riguardanti l’attività fisica svolta in bambini oncologici, sottolineano come questa pratica sia attuabile e sicura.5-1

Nessuno degli studi considerati ha rilevato effetti negativi mentre sono stati riscontrati effetti benefici dalla proposta di attività fisica, supervisionata da un esperto, durante i trattamenti medici. I benefici che risultano dagli studi analizzati da Huang e Ness riguardano soprattutto aspetti prettamente fisici. Miglioramenti a livello:

  • cardiopolmonare, in quanto l’esercizio aumenta la fitness;
  • muscoloscheletrico, con l’aumento della forza;
  • della flessibilità.

Mentre Baumann et al. hanno trovato prove soprattutto in termini di effetti positivi relativi:

  • alla fattibilità;
  • alla fatica;
  • alla forza muscolare;
  • alla qualità della vita.

Singoli studi hanno poi esaminato un impatto positivo sul sistema immunitario, sul sonno, sulla composizione corporea, sui livelli di attività e su vari aspetti della funzionalità fisica. Tali effetti positivi sono stati ampiamente dimostrati sugli adulti affetti da malattie oncologiche mentre risultano ancora pochi, in confronto, gli studi riguardanti l’età infantile.

Sarebbe inoltre importante, sostengono Baumann et al., svolgere degli studi su aspetti riguardanti in modo specifico i bambini come: capacità cognitive e sviluppo motorio e inoltre approfondire le prime evidenze relative agli stati d’ansia e all’autostima. Risulta difficile una valutazione complessiva delle ricerche presenti in quanto differiscono in modo importante in termine di disegno dello studio, di risultati, di valutazioni, di durata e dell’ambiente e molti di esse sono svolte come studi pilota descrittivi. Tale revisione invita a svolgere nuovi studi in questo ambito per poter approfondire le iniziali evidenze rilevate dagli studi presenti fino ad oggi.

Nonostante le prime evidenze riguardanti gli effetti benefici dell’esercizio fisico nei bambini affetti da tumore, si riscontra comunque una notevole diminuzione di attività fisica e l’instaurarsi di comportamenti sedentari, con gli effetti deleteri annessi.6 Svolgere attività fisica permette di contrastare uno stile di vita sedentario, che potrebbe avere effetti negativi sulla salute, e proteggere il soggetto dagli effetti collaterali delle terapie a breve e lungo termine.7

Studi più recenti e specifici, con indagini a livello dei meccanismi biologici legati all’attività fisica, rivelano come essa abbia un potenziale anche a livello clinico durante le terapie dei bambini, al fine di migliorare lo stato di salute generale.8

In linea con quanto affermato, vi è anche lo studio di Scaon et al. (2013), che ha voluto indagare una prospettiva diversa, quella dei genitori, riscontrando reazioni emotive positive nella pratica di attività motorie da parte del figlio. I genitori soffrono per la malattia del figlio (Norberg & Boman, 2008): una loro percezione positiva della proposta di attività, in cui il loro bambino si muove e si diverte, diventa di sollievo per tutta la famiglia, e per questo i genitori stessi potranno incentivare il figlio a parteciparvi.

Risulta quindi di fondamentale importanza portare a conoscenza dei genitori e dell’équipe multidisciplinare di riferimento che un bambino con diagnosi di tumore può svolgere attività fisica in modo sicuro seguendo le linee guida internazionali. Non vi sono studi infatti che segnalino esiti negativi, nemmeno in pazienti immunodepressi. La maggior sensibilizzazione e informazione dei genitori e delle altre figure a contatto con il bambino permetterebbe una minor percentuale di bambini “sopravvissuti” sedentari, in quanto questo è uno degli aspetti, che limita la pratica di una regolare e abituale attività fisica in bambini ammalati. Ad oggi vi sono in letteratura studi svolti durante la fase di isolamento per il trapianto di cellule staminali emopoietiche (Chamorro-Viña et al., 2010), durante la fase di mantenimento (Marchese et al., 2004; San Juan et al., 2008) e nei giovani adulti o adulti sopravvissuti alla patologia maligna (Takken, 2009).

Tutti dimostrano che l’attività fisica non ha effetti avversi per il sistema immunitario, che può essere indebolito dalle terapie, e che non crea ulteriori effetti negativi e per questo può essere definita un’attività sicura. Inoltre, tali studi dimostrano diversi benefici su parametri fisiologici e psicologici dei piccoli pazienti. Per questo motivo potrebbe essere ritenuta una valida attività da inserire nei reparti di oncologia pediatrica se proposta da figure specializzate. Tali figure professionali devono conoscere le specifiche patologie e terapie subite dal bambino e le relative precauzioni da prendere, oltre che saper proporre un’attività adattata ad ogni sessione in base allo stato di salute generale del soggetto e per saperlo motivare al movimento.

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