La specializzazione precoce in ambito sportivo
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La specializzazione precoce in ambito sportivo

Già gli antichi Greci e Romani riconoscevano allo sport un ruolo fondamentale nella formazione del giovane e per il vivere sociale. Cosa può determinare una specializzazione precoce in ambito sportive?

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La specializzazione precoce in ambito sportivo

Negli ultimi anni, si è spesso assistito ad una sorta di “mitizzazione” dello sport, attribuendogli miracoli che in realtà spesso non compie.

Quando si parla di allenamento giovanile non si può prescindere da una preparazione multilaterale che si adatti alle caratteristiche psicofisiche del giovane atleta. Viceversa quando l’allenamento sarà fortemente specializzato e diretto ad ottenere risultati immediati e di alto livello in una sola disciplina sportiva saremo di fronte ad una specializzazione precoce.

Con questa terminologia si intende che molto spesso nella pratica dell’allenamento i carichi a cui vengono sottoposti i più giovani sono eccessivamente unilaterali, cioè mirano esclusivamente al miglioramento e rafforzamento di quelle particolari abilità e muscoli necessari alla disciplina sportiva praticata, fino ai limiti della capacità di prestazione. Si vengono a creare delle chiare discrepanze fra quelle che sono le richieste esagerate dell’allenatore e l’impossibilità di adattamento dell’organismo del bambino. Cosicché lo sport da pratica formativa quale dovrebbe essere può trasformarsi in pratica “distruttiva”.

Per questa ragione, soprattutto nello sport giovanile di alto livello, istruttori e allenatori non debbono dirigere la loro attenzione solo sui carichi che sviluppano le prestazioni o sulle tecniche sportive ma globalmente dovrebbero tenere conto anche delle condizioni della capacità di carico dei fanciulli e degli adolescenti, prendendo in considerazione soprattutto la cosiddetta età biologica che spesso può differire da quella cronologica.

Due ragazzi della stessa età possono avere capacità di carico molto diverse, il buon allenatore dovrà sapere riconoscere queste situazioni e differenziare conseguentemente l’allenamento. Capacità di carico sportivo vuole dire che l’organismo o la regione, la struttura, le funzioni stressate possono ristabilirsi dopo la sollecitazione prodotta dal carico di allenamento o di gara. Ciò rappresenta la base dell’adattamento funzionale e strutturale e, quindi, dello sviluppo dei parametri della capacità di prestazione.

Istvan Balyi dell’Istituto Nazionale degli allenatori della British Columbia Canada afferma che tra i modi di classificare gli sport uno, fondamentale per l’allenamento a lungo termine è rappresentato dalla suddivisione in sport a specializzazione precoce e sport a specializzazione ritardata. Tale classificazione si basa sul fatto che alcuni sport come i tuffi, il pattinaggio di figura, la ginnastica artistica, la ginnastica ritmica o il tennis da tavolo, richiedono, soprattutto per l’apprendimento delle abilità tecniche tipiche della disciplina, una specializzazione specifica nell’allenamento, mentre altri sport quali, ad esempio, l’atletica leggera, gli sport di combattimento, il ciclismo, gli sport di rimando, il canottaggio, tutti i giochi sportivi e la vela richiedono un approccio più generale all’allenamento giovanile e hanno ritardata specializzazione specifica.

Tale suddivisione in realtà è puramente teorica, non è raro riscontrare una specializzazione precoce anche in discipline quali il calcio, il nuoto o la pallavolo, spesso per incompetenza o mancanza di conoscenze da parte degli stessi allenatori. Le conseguenze possono sfociare in una maggiore predisposizione e rischio di sviluppare possibili infortuni e/o traumi, poiché la pratica continua di uno stesso sport per lungo tempo determina l’usura e il sovraccarico solo di quelle strutture (muscoli e articolazioni) particolarmente sollecitate nel gesto tecnico. “Il gesto atletico responsabile del sovraccarico funzionale e delle conseguenti azioni meccano traumatiche è da ricercare nella ripetizione di movimenti specifici attuati con elevata intensità e per lunghi periodi”.1

A tal proposito è possibile riscontrare alterazioni posturali tipiche a seconda dello sport praticato e vere e proprie patologie da sovraccarico funzionale. Talvolta queste patologie sono talmente specifiche da associare il nome della parte lesa a quello dello sport che le ha determinate (gomito del tennista, ginocchio del saltatore, spalla del lanciatore, ecc.).

Il body building

Questa attività mira spesso esclusivamente al rinforzo e allo sviluppo delle masse muscolari, determinando limitazioni dell’elasticità e conseguente rigidità articolare, con conseguenze spesso irreversibili. Le lesioni che maggiormente si associano a questa attività sono rappresentate da tendiniti, stiramenti e strappi. Le continue pressioni a cui viene sottoposto il rachide durante l’esecuzione degli esercizi con i pesi possono anche determinare danni ai dischi intervertebrali.

Un soggetto in formazione come un bambino o un ragazzo, le cui cartilagini sono ancora in accrescimento, sarà più esposto al possibile sviluppo di traumi in seguito a un sovraccarico o a un esercizio eseguito in maniera scorretta. È improbabile inoltre che il ragazzo abbia acquisito già a questa età un controllo del proprio corpo e del proprio movimento tale da consentirgli di eseguire gli esercizi in maniera corretta e in totale assenza di rischio. Indirizzare precocemente un bambino a questa pratica, oltre a poter essere dannoso è assolutamente privo di senso. Una specializzazione dell’allenamento come body builder dovrebbe avvenire sempre e dopo l’adolescenza al fine di evitare conseguenze dannose.

Il nuoto

L’utilizzo di questo sport a scopi curativi/terapeutici si perde nella notte dei tempi. Tale convinzione deriva da anni e anni in cui si è sempre detto che il nuoto avesse effetti benefici sulla salute delle persone, in particolare sulla schiena, talvolta addirittura curativi, perfino sulle scoliosi. Tali credenze non sono solo diffuse fra le persone comuni o fra i praticanti della disciplina ma anche fra i medici, in particolare gli ortopedici che consigliano spesso il nuoto come attività sportiva ideale. Sarà vero tutto questo?

Il nuoto come sappiamo è una disciplina sportiva che si svolge in un ambiente antigravitario rappresentato dall'acqua. Senza scomodare Archimede ed il suo principio, possiamo dire che lo stare in acqua implica delle forze e delle pressioni sul nostro corpo sostanzialmente diverse e inferiori rispetto a quando ci troviamo fuori.

Potremo dire quindi che all'interno dell'ambiente acquatico il nostro corpo è sostanzialmente "in scarico", non sottoposto cioè all'estenuante pressione della forza di gravità che continuamente ci spinge al suolo. Ciò ovviamente ha delle importanti ripercussioni sul nostro moto. In acqua necessitiamo di una coordinazione, di un movimento, di un coinvolgimento muscolare e di una forza di propulsione totalmente diversi rispetto a quando camminiamo sulla terra ferma.

Se possiamo considerare queste come delle ovvietà dovrebbe essere altrettanto ovvio che l'acquisizione di particolari abilità di destrezza, equilibrio e tecnica in ambiente acquatico non determinano gli stessi benefici in un ambiente terrestre. Attraverso la motricità e le esperienze di movimento sviluppiamo fin da bambini uno schema corporeo, cioè la conoscenza e la consapevolezza che noi stessi abbiamo del nostro corpo. Più saranno varie le esperienze di movimento e più sarà facilitata una buona strutturazione dello schema corporeo.

Un bambino abilissimo in ambiente acquatico potrebbe perfettamente essere un bambino goffo in ambiente terrestre. Letteralmente "un pesce fuor d'acqua". Questo perché le esperienze di motricità e le abilità acquisite attraverso la pratica del nuoto sono sostanzialmente diverse da quelle necessarie a vivere in un ambiente fuori dall'acqua, sono appunto scarsamente trasferibili.

In un momento formativo fondamentale da un punto di vista motorio come quello dell'infanzia, in cui le nostre strutture cognitive sono più plasmabili e determinano quindi un apprendimento migliore rispetto all'età adulta, limitare la scelta dell'attività sportiva solo al nuoto potrebbe essere controproducente.

Il consiglio è quindi di affiancare nell'infanzia al nuoto anche un'altra attività sportiva di tipo gravitario. Non solo per quanto detto finora ma anche per salvaguardare la salute delle nostre ossa. Al di là di molte false credenze l'osso non è un tessuto morto ma vivo, sottoposto a continue azioni di rimodellamento, soprattutto in età giovanile. Il picco di massa ossea viene raggiunto in tarda adolescenza, dopo gli incrementi di massa saranno minimi per arrivare fino all'anzianità dove invece prevalgono i fenomeni di perdita di massa.

Ciò non si verifica in maniera uguale per tutti, concorrono in buona parte fattori genetici e anche di genere. Tuttavia fornire da giovani alle nostre ossa continui stimoli dati dall'attività fisica, di tipo gravitario, ne garantisce la salvaguardia anche in età senile, prevenendo ad esempio possibili patologie degenerative come l'osteoporosi. Un pò come dire che se voglio fare un lungo viaggio con la macchina devo necessariamente fare il pieno prima, altrimenti rischio di restare a piedi. Quello cioè che potrebbe succedere praticando il nuoto come unica attività sportiva per tutta la vita.

Per quanto riguarda gli "effetti curativi" o presunti tali del nuoto su scoliosi, dorso curvo, mal di schiena ecc., una recente ricerca da parte dell'Isico (Istituto scientifico italiano colonna vertebrale) ha chiarito questo aspetto. La ricerca si chiama appunto: "Swimming is not a scoliosis treatment: a controlled cross-sectional survey", ovvero "il nuoto non è una terapia della scoliosi". Ha confrontato 112 nuotatori a livello agonistico con 217 studenti di pari età. Il risultato a dir poco sorprendente è stato che i praticanti presentavano delle asimmetrie del tronco più accentuate ed erano ipercifotici, di conseguenza con una frequenza maggiore di dorsi curvi e mal di schiena.

Uno studio realizzato da Geyer e Vercauteren ci dice inoltre che nelle scoliosi con gibbo dorsale superiore ai 10 mm, le forze applicate al torace, come nel nuoto, agiscono in senso autodeformante.

Inoltre, se valutiamo la dinamica natatoria di alcuni stili, come la rana o il delfino, è facile verificare come venga accentuata la curva lombare con conseguente iperlordosi. Non ci sarebbe da sorprendersi quindi se la pratica continua di questi stili possa determinare nel tempo una lombalgia.

Non è mia intenzione demonizzare questo sport, anzi lo ritengo per certi aspetti adatto ad essere affiancato all'aggettivo "completo". Il nuoto impegna globalmente le nostre masse muscolari richiedendo al tempo stesso un adeguato intervento cardiocircolatorio e respiratorio. È inoltre un'attività intrinsecamente divertente e allo stesso tempo rilassante, il che non guasta. In tempi come quelli moderni in cui sedentarietà e obesità regnano sovrani sarei un folle se mi permettessi di sconsigliare il nuoto come attività fisica o sportiva. Tuttavia vanno evitati anche gli estremismi di esaltazione verso questa disciplina. Il nuoto non è la panacea di tutti i mali.

La ginnastica artistica

È una disciplina che sottopone il rachide a microtraumi ripetuti che nei casi più gravi possono essere anche causa di fratture dell’istmo vertebrale, prevalentemente in sede di L5 e S1 (spondilolisi). Tali lesioni si riscontrano in queste sportive con frequenza molto superiore rispetto alla normale popolazione femminile. Il motivo è da ricercare nelle posizioni assunte durante questa pratica che portano il rachide lombare in continua iperestensione.

Il calcio

È lo sport più diffuso e popolare a livello mondiale, nonché quello più praticato anche da bambini e ragazzini che si avviano precocemente a questa attività. Sovente è causa di infortuni, spesso gravi, anche fra i più giovani. L’arto inferiore è sicuramente la parte del corpo più sollecitata nei gesti tecnici, in particolare il ginocchio è sottoposto a continui adattamenti in flessione, estensione, accelerazioni, frenate e scontri di gioco.

Non è raro sentire di giocatori a cui già a 20 anni sia stato asportato parte o la totalità del menisco o che abbiano subito interventi per la ricostruzione dei legamenti crociati in seguito a rottura. Nel migliore dei casi, il sovraccarico funzionale a questa articolazione può portare a un’artrosi prematura. Il rafforzamento e l’accorciamento continuo a cui vengono sottoposti i muscoli della coscia e della gamba sono spesso causa di contratture, stiramenti e strappi. Neanche la colonna viene risparmiata nella pratica continua di questo sport.

Una ricerca condotta a Charlotte, North Carolina, ha evidenziato come nei giocatori di calcio vi sia una costante lesione delle cartilagini di accrescimento dei corpi vertebrali che con il tempo tenderanno a crescere meno in altezza e più in larghezza rispetto al normale. Le pubalgie e i problemi agli adduttori nei calciatori sono ugualmente molto frequenti poiché la retroversione del bacino, generata da un eccessiva contrattura dei muscoli posteriori della coscia e dagli addominali, determina uno stiramento degli adduttori con conseguenze assai dolorose. Sarebbe bene prevedere all’interno delle sedute di allenamento adeguati programmi di allungamento e recupero muscolare.

Il ciclismo

In questa disciplina il rachide è sottoposto a sollecitazioni molto energiche, soprattutto in senso statico. Esaminando la posizione tenuta abitualmente da un ciclista si nota come da un punto di vista posturale si abbia una totale alterazione delle normali curve fisiologiche:

  • la lordosi lombare si inverte e si “appiattisce”;
  • il tratto dorsale è fortemente cifotizzato;
  • il tratto cervicale è costantemente iperesteso per permettere all’atleta di guardare avanti.

A lungo andare questa postura mantenuta per tutto il tempo della corsa viene memorizzata dal corpo e l’atteggiamento cifotico si evidenzia anche in posizione eretta. Visto di profilo generalmente un ciclista presenta una riduzione della lordosi lombare e una forte anteropulsione del capo. Il tutto può sfociare nei casi più gravi anche in fastidiose ernie, soprattutto a livello cervicale e lombare. Frequenti sono anche le contratture ai polsi e alle mani. Per prevenire l’accumulo di tensione e il susseguente dolore sarebbe bene di tanto in tanto alzarsi dal sellino per consentire alla colonna vertebrale di recuperare le sue fisiologiche curvature.

La pallavolo

Così come per il nuoto, contrariamente a quello che si crede, neanche la pallavolo è uno sport salutare per lo sviluppo della colonna dei giovani atleti. Varie indagini hanno rivelato come la maggior parte dei giocatori di pallavolo soffra di mal di schiena episodico o ricorrente. Ciò è dovuto ai continui movimenti in iperestensione del rachide lombare per eseguire i diversi gesti tecnici (battuta, schiacciata, palleggio, scivolata, ecc.) a cui si associano movimenti in rotazione. La fase di ricaduta dai salti determina frequenti stress non soltanto ai dischi intervertebrali ma anche alle ginocchia, per il continuo impatto con la superficie dura del campo.

Il tennis

Essendo uno sport asimmetrico, cioè che non sollecita in maniera uniforme le parti del corpo, è stato spesso accusato della genesi di vari paramorfismi, non per ultima la scoliosi. In realtà non sembra determinare “più danni” di qualsiasi altra attività sportiva. Anche in questo caso, lavorando l’arto inferiore prevalentemente in flessione, si avranno conseguenze simili a quelle del calcio, con possibili lesioni soprattutto a livello delle ginocchia.

Le brusche torsioni a cui è sottoposta la colonna possono essere causa di eventuali lombalgie, provocando pressioni elevate e asimmetriche sui dischi intervertebrali. La patologia che si associa comunemente a questo sport è l’epicondilite (gomito del tennista), cioè un’infiammazione dei tendini a livello del gomito per le continue sollecitazioni e microtraumatismi a cui vengono sottoposti nell’esecuzione dei vari gesti tecnici della disciplina. Buona norma preventiva nella pratica del tennis dovrebbe essere un buon sviluppo della mobilità delle spalle ed il rafforzamento dell’arto contro laterale non impegnato nel gioco.

Il basket

Il Basket, o pallacanestro, è uno sport che comporta molteplici contatti fra i giocatori impegnati nel gioco, richiedendo al tempo stesso forza, equilibrio, resistenza, agilità e coordinazione. Molti degli infortuni che colpiscono gli atleti di questa disciplina riguardano gli arti inferiori e le ginocchia per i continui adattamenti e cambi di direzione a cui vengono sottoposti duranti le fasi di gioco, non per ultimi i frequenti salti con conseguenti ricadute a terra. Gli stessi movimenti implicano elevate tensioni anche a livello lombare con possibili stiramenti e lesioni in sede. Una forma fisica scadente o un’insufficiente attività di stretching durante gli allenamenti contribuiscono a determinare ulteriori infortuni in questo sport.

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