Come avvengono i processi di sviluppo motorio e cognitivo nel corso dell’età evolutiva?
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Come avvengono i processi di sviluppo motorio e cognitivo nel corso dell’età evolutiva?

Ancora oggi in molti credono che lo sviluppo corporeo sia separato o distinto da quello cognitivo e psichico, in realtà i due processi si influenzano vicendevolmente. Ecco che si parte dall’evoluzione dell’apparato locomotore.

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Come avvengono i processi di sviluppo motorio e cognitivo nel corso dell’età evolutiva?

L’attuale struttura scheletrica dell’uomo è il risultato di migliaia d’anni di evoluzione in cui l’organismo, per adattarsi selettivamente alle dinamiche ambientali, ha dovuto modificare la propria conformazione. Dal nostro più antico discendente, l’Australopithecus africanus, non alto più di un metro e cinquanta centimetri, già bipede, avrà inizio il processo di ominizzazione che porterà verso la forma umana, prima con l’uomo Erectus, di seguito con l’uomo Habilis, l’uomo Sapiens e l’uomo Sapiens Sapiens.1 Per sopravvivere all’ambiente il processo evolutivo comportò una sostanziale modifica di tutto l’apparato locomotore. In primo luogo l’acquisizione della postura eretta (ortograda) e di conseguenza l’adattamento alla nuova situazione gravitaria con la verticalizzazione della colonna vertebrale. In questa nuova condizione ciascuna vertebra doveva sostenere progressivamente tutte le masse al di sopra di essa e scaricare le forze superiori sui due arti inferiori. Si capisce, quindi, il perché le vertebre abbiamo assunto una conformazione più larga e bassa rispetto a quelle di un rachide obliquo, come nella scimmia, e perché, dovendo sostenere un maggiore peso, aumentino di dimensioni procedendo dall’alto verso il basso (direzione cranio-caudale).

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Dapprima il rachide era costituito da un’unica curva a convessità posteriore, adatta alla vita scimmiesca. Solo in seguito, quando mutarono le esigenze dinamiche, con gli ominidi avremo l’acquisizione delle curve cervicale e lombare a convessità anteriore, opposte alla curva toracica.

“La formazione delle curve non è un capriccio della natura ma un abile sistema per la ripartizione più equilibrata dello scarico delle forze e una maggiore possibilità di movimento del rachide”.2 Se la colonna vertebrale fosse un corpo rigido e geometricamente colonnare, dovrebbe avere dimensioni, coesione e resistenza alla compressione notevolmente maggiori di quelle che essa in realtà possiede. I sistemi di curve, sagittale (lordosi e cifosi) e laterale, che interferendo l’uno con l’altro danno al rachide una struttura elicoidale, consentono a esso una reazione elastica alle sollecitazioni, permettendo di dissipare orizzontalmente parte dell’energia cinetica proveniente dall’alto attraverso le strutture muscolari, tendinee e ossee del tronco.3

La colonna vertebrale, che nell’uomo è costituita da 33/34 vertebre (7 cervicali, 12 toraciche, 5 lombari, 5 sacrali, 4/5 coccigee), deve la sua grande capacità di resistere alle molteplici sollecitazioni ai suoi elementi deformabili, in particolare ai dischi intervertebrali che si interpongono fra le vertebre. L’usura e la deidratazione di questi dischi, come avviene per esempio nella vecchiaia, comporta la perdita di gran parte della capacità di resistenza e mobilità della colonna. Non si esclude che l’acquisizione bipede condizionò anche le modifiche nella struttura del cranio con l’aumento del cervello, che a sua volta produsse il vero cambiamento. Il foro occipitale, per il passaggio del midollo spinale, si sposta nell’uomo dalla parte posteriore a quella inferiore del cranio.

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Dal bacino allungato e privo di sporgenze tipico del quadrupede si passerà nell’uomo a un bacino più piccolo e con varie protuberanze per dare attacco ai potenti muscoli per la stazione eretta, in particolare i glutei. Essi appaiono nell’uomo più vasti e larghi e sono fondamentali nel mantenimento della stazione eretta, a differenza dei quadrupedi dove invece sono più lunghi e hanno funzione esclusivamente locomotoria.

Anche il piede è stato coinvolto in modifiche strutturali notevoli nel corso dell’evoluzione dell’uomo. In particolare, il piede delle antropomorfe mostra quale caratteristica distintiva l’opponibilità dell’alluce nei confronti delle altre dita, quanto cioè avviene nella mano dell’uomo con il pollice. L’iper-specializzazione al bipedismo, tipica del piede umano, si mostra a livello scheletrico con la formazione dell’arco plantare; infatti mentre il piede delle antropomorfe poggia al suolo con l’intera pianta, quello umano presenta, in condizioni fisiologiche, tre soli punti di appoggio: posteriormente il calcagno e anteriormente le epifisi distali del 1° e 5° metatarso, la parte mediale è incurvata verso l’alto. Si determina così una struttura in grado di assorbire più efficacemente l’impatto col suolo durante la marcia e la corsa, rendendo il piede una sorta di “ammortizzatore biologico”.

Una fascia di tessuto connettivale, l’aponeurosi plantare, collega la parte posteriore del piede con quella anteriore, contribuendo così alla funzione ammortizzatrice.

Gli arti superiori, dapprima utilizzati per l’arrampicamento e come sostegno del corpo, si specializzarono successivamente per le attività grossolane utili per la sopravvivenza. Il bisogno principale era infatti quello di procurarsi il cibo. È stato necessario trasformare gli arti anteriori in strumenti idonei a risolvere i problemi di alimentazione, alla costruzione di oggetti per colpire la preda e specializzarli in estremità molto agili, mobili, con grandi escursioni articolari. La caratteristica distintiva della mano dell’uomo è la possibilità di opponibilità del pollice sulle altre dita. Nella mano dell’uomo la presa di precisione raggiunge il massimo della raffinatezza, sia per l’alta sensibilità e mobilità della mano, sia per l’elevato coordinamento dei movimenti che è proprio della nostra specie.

L’uso della deambulazione in stazione eretta e della mano, l’esigenza di comunicare con altri simili per mezzo di un linguaggio e il progressivo sviluppo del cervello hanno determinato il sopravvento dell’uomo sulle altre specie e hanno permesso il progressivo dominio dell’ambiente anche per mezzo del nostro apparato locomotore.

Lo sviluppo motorio

Fin dalla nascita il bambino impara a conoscere il mondo che lo circonda attraverso l’esperienza sensoriale che gli deriva dal movimento e quindi dal suo corpo. Jean Piaget, famoso psicologo dello sviluppo, ha descritto bene questo legame indissolubile fra sviluppo motorio e cognitivo. I primi movimenti del bambino sono di natura fondamentalmente involontaria e riflessa.

Il neonato è esposto a un’ampia gamma di esperienze percettive attraverso i sistemi recettoriali di cui il corpo è fornito fin dalla nascita: la vista, l’udito, il tatto, il gusto e l’olfatto che vanno a costituire i cosiddetti cinque sensi. A questi vanno aggiunti la percezione vestibolare, che deriva dai recettori posti nell’orecchio interno, il cosiddetto organo dell’equilibrio (utricolo, sacculo e canali semicircolari) e la propriocezione, ossia la percezione della posizione e del movimento del corpo nello spazio grazie a recettori posti nelle articolazioni e nei muscoli (fusi neuromuscolari, organi tendinei del Golgi). Queste sensazioni sono vissute inizialmente in maniera del tutto passiva dal neonato, che quasi le subisce. Poco alla volta il bambino assocerà a dei movimenti riflessi delle sensazioni piacevoli che tenterà di ripetere. Ciò avviene per esempio quando si accarezza un lato del viso e il neonato gira la testa in quella direzione (riflesso di rooting). Alla stessa maniera avviene la ricerca del capezzolo della madre mentre questa tiene il neonato appoggiato sul seno. La sensazione piacevole che deriva dal profumo e dal gusto del cibo, le sensazioni fisiche che derivano dall’atto del succhiare e dalle carezze della madre oltre che la vista rassicurante della stessa, vanno a stimolare contemporaneamente in maniera positiva la totalità dei sensi del bambino attraverso un unico, semplice gesto.

Quando questo meccanismo di movimento riflesso e sensazione gratificante si ripete nel tempo viene fatto proprio dal bambino e diviene movimento attivo e volontario poiché implica l’attivazione dei centri corticali. Il “vissuto corporeo” e l’esperienza sensoriale positiva a esso correlata, hanno determinato l’apprendimento. Pertanto l’apprendimento motorio necessita di ripetizione, gratificazione ed esperienza corporea.4

Come abbiamo sottolineato che lo sviluppo psicologico non può essere scisso da quello corporeo, alla stessa maniera rimarchiamo il fatto che, oltre che da influenze di natura ambientale (approccio da parte dei genitori, livello culturale, esperienze vissute ecc.), lo sviluppo è in stretta relazione anche con influenze di natura biologica (fattori ereditari, caratteristiche fisiche, eventuali malattie alla nascita ecc.).

Parlando di sviluppo ci riferiamo in particolare alla cosiddetta età evolutiva, quella fase che va dalla nascita fino a circa i 20 anni di età, cioè “quel periodo delle vita in cui l’individuo raggiunge il pieno delle sue caratteristiche somatiche e psichiche”.5 Questa definizione non deve essere intesa in senso stretto poiché lo sviluppo psicologico procede per tutto il corso della vita, così come avvengono modifiche strutturali e morfologiche del nostro corpo fino all’anzianità. Il periodo compreso da 0 a 20 anni fa semplicemente riferimento al fatto che in questo lasso di tempo avvengano le maggiori rivoluzioni sia di ordine fisico che psicologico.

A sua volta l’età evolutiva può essere scissa in diverse fasi, corrispondenti a periodi particolarmente significativi da un punto di vista dello sviluppo:

  • neo-natale, da 0 a 18 mesi;
  • prima infanzia, da 18 mesi a 3 anni;
  • seconda infanzia, da 3 a 5 anni;
  • fanciullezza, da 5 a 7-8 anni fino agli 11 anni;
  • pubertà, da 11 a 14 anni;
  • adolescenza, da 14 a 18 anni.

Gli autori non sono tutti concordi con questa suddivisione; per esempio Carraro e Bertollo individuano anche una terza infanzia, dai 6 fino ai 10/12 anni e identificano l’età della Fanciullezza con la Seconda infanzia. Al di là di queste ipotetiche suddivisioni, ciò che è importante comprendere è che nel corso dello sviluppo avvengono dei cambiamenti particolarmente significativi, sia dal punto fisico che psicologico, e ciò sottende la facoltà di acquisizione di nuove abilità motorie in quel particolare periodo. La possibilità di prevedere lo sviluppo di una particolare abilità motoria nel bambino a seconda dell’età di sviluppo viene identificata con la nozione di pietre miliari dello sviluppo. Per esempio si sa che, generalmente, il bambino impara prima a sedersi, poi ad afferrare qualcosa per tirarsi su, per poi finalmente muovere il primo passo, il che avviene in genere intorno al primo anno di vita.

Da un punto di vista posturale, il neonato presenta una ipertonia dei muscoli flessori degli arti (braccia e gambe piegate), mentre il tono dell’asse del corpo, da cui dipende la postura, è quasi inesistente. Il rafforzamento progressivo di questa regione gli permetterà prima il sollevamento del mento quando è coricato sul ventre (primo mese), successivamente riuscirà ad alzare anche la testa, le spalle e il torace poggiandosi sugli avambracci (terzo mese).

La conquista della posizione seduta avviene nel secondo trimestre di vita. Dapprima, intorno al quarto-quinto mese, l’ipotonia del tronco fa assumere al neonato una posizione leggermente curva e ancora instabile, ha bisogno di un sostegno per mantenersi seduto. Riuscirà a mantenere la posizione intorno al settimo mese. La posizione eretta rappresenta una nuova tappa che il bambino cercherà di raggiungere. Intorno al nono mese è capace di tenersi in piedi se sorretto o appoggiato a un sostegno, verso gli undici-dodici mesi sta in piedi da solo. Lo sviluppo della deambulazione procede di pari passo con quello posturale ma inizia più tardi. Una prima rudimentale forma di spostamento si ha quando il bambino, disteso sul ventre, striscia in avanti aiutandosi con gamba e braccia. Intorno al decimo mese impara a camminare carponi, raggiungendo così una migliore coordinazione delle braccia e delle gambe, oltre un rafforzamento dei muscoli delle stesse. Non tutti i bambini raggiungono la deambulazione eretta vera e propria passando per quella a carponi, ciò dimostra l’estrema variabilità nello sviluppo individuale. Intorno a un anno è capace di camminare se lo si tiene per mano e infine, verso i 13-14 mesi, è in grado di camminare da solo.

Il passo rimane insicuro, il baricentro è spostato in avanti, le braccia mantenute larghe per bilanciarsi e il piede sollevato in alto più del necessario ma, nonostante le frequenti cadute, il bambino trae grande soddisfazione dai suoi successi nel cammino. Adesso è in grado di esplorare lo spazio intorno e agire su esso; ciò facilita lo sviluppo e il riconoscimento di sé e degli altri oltre a determinare la possibilità di sviluppo di nuove abilità motorie come correre, saltare, arrampicarsi ecc. La conquista della deambulazione rappresenta senza dubbio una pietra miliare nello sviluppo del bambino.

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Nel corso del primo anno e mezzo avviene lo sviluppo di un’altra importante abilità motoria, la manipolazione. Come per le altre abilità motorie, il progresso di questa abilità dipende sia dalla maturazione neuromuscolare che dall’esercizio. Alla nascita è presente una forma primitiva di prensione, il riflesso di presa. Tale riflesso scompare del tutto verso i due mesi per lasciare posto alla prensione sotto controllo volontario e quindi corticale. A tale abilità partecipa attivamente il sistema visivo. Il bambino indirizza la sua attenzione verso un oggetto e lo afferra, più tardi sarà anche in grado di manipolarlo e lasciarlo andare. La prensione avverrà inizialmente con la parte cubitale della mano, sotto il mignolo, senza utilizzare il pollice (prensione cubito-palmare). In seguito l’oggetto viene condotto verso il palmo e il bambino utilizza tre dita insieme: pollice, indice e medio (prensione digito-palmare). Infine, l’oggetto viene posto fra indice e pollice (prensione radio-digitale). La “conquista” della prensione e della manipolazione consentono al bambino di essere pienamente parte attiva del mondo che lo circonda.6

Sappiamo che esistono alcuni principi generali, non condivisi da tutti gli autori, che guidano la direzione dello sviluppo motorio nel corpo umano. Si parla di progressione cefalo-caudale, cioè il controllo volontario del movimento si svilupperebbe prima a partire dalla testa (cefalo), per procedere poi in direzione inferiore verso la colonna vertebrale (caudale). Alla stessa maniera avviene lo sviluppo prossimo-distale: si intende che il controllo motorio negli arti si sviluppa dapprima nella parte prossimale, per esempio nella spalla, per poi procedere verso l’esterno in direzione delle dita. Questo spiegherebbe perché il controllo motorio fine e di precisione, come la manipolazione di un oggetto con le dita, avverrebbe solo in un secondo momento.

È opportuno rendersi conto che esiste una notevole variabilità nello sviluppo individuale di ciascun bambino. Bambini nati all’interno di una stessa famiglia possono cominciare a camminare in periodi diversi, così come, generalmente, i maschi tendono a camminare un pò dopo rispetto alle femmine. Nonostante questa variabilità, vi è un grado di prevedibilità per cui si può ipotizzare quando e in quale ordine dovrebbero svilupparsi determinate abilità nel bambino. Ciò ci permette anche di identificare quei bambini che hanno un ritardo nello sviluppo motorio rispetto ai coetanei. Le caratteristiche psicologiche hanno un’influenza molto forte sullo sviluppo motorio. Bambini che si dimostrano curiosi, vivaci e intraprendenti nel conoscere il proprio ambiente, sostenuti anche dai genitori, sviluppano abilità motorie in maniera più facile di quei bambini che invece non presentano queste caratteristiche.

Il neonato è lungo in media 50 cm e pesa 3,400 kg, con una circonferenza cranica di circa 35 cm. A un anno di vita il bambino ha aumentato del 50% la propria lunghezza; nel corso del secondo anno la statura aumenta di circa 1 cm al mese, tale valore tende a decrescere negli anni successivi. Per quanto riguarda l’aumento ponderale, il neonato raddoppia il proprio peso al quinto mese e lo triplica a un anno di vita. La circonferenza cranica aumenta di 12 cm il primo anno, in seguito l’aumento diventa più modesto. Dal secondo anno e per tutta l’infanzia la crescita prosegue con un ritmo meno rapido, mentre nella pubertà si determina un nuovo incremento. L’alimentazione ha un ruolo importante nel garantire la crescita, devono essere evitati carenze o eccessi.

Lo sviluppo cognitivo

Per Piaget lo sviluppo cognitivo è “una successione di stadi attraverso cui il bambino deve passare per raggiungere crescenti competenze”. L’intelligenza è la più alta forma di adattamento. Tale adattamento al mondo esterno avverrebbe attraverso due processi che Piaget chiama assimilazione e adattamento. Il bambino tramite l’assimilazione assume delle nuove informazioni dalla realtà che lo circonda e le integra nei suoi schemi mentali, attraverso l’adattamento modifica gli schemi attuali in virtù dei nuovi dati dell’esperienza. Gli schemi sono la forma più elementare di conoscenza ed il loro sviluppo avviene attraverso l’interazione con l’ambiente. Secondo Piaget lo sviluppo intellettivo del bambino procederebbe attraverso una serie di stadi rigidamente concatenati. Le abilità e le conoscenze acquisite in uno stadio vengono integrate e sviluppate in quello successivo in strutture sempre più complesse. La sequenza è la medesima in tutti gli individui, ciò che può variare è la velocità con cui questi stadi vengono raggiunti. Gli stadi cognitivi descritti da Piaget sono quattro.

Stadio senso-motorio. Questa fase inizia alla nascita e procede fino ai due anni. Il neonato perfeziona i riflessi attraverso l’esercizio e la ripetizione di movimenti che hanno prodotto un risultato piacevole. È una fase fortemente egocentrica, il neonato non ha ancora consapevolezza di sé né degli altri. Solo verso la fine di questa fase può avvalersi della capacità rappresentativa che corrisponde anche alle prime acquisizioni del linguaggio.

Stadio preoperatorio. Dai due ai sette anni. Il bambino è ora in grado di usare simboli, immagini, parole e azioni che rappresentano altre cose. Le principali manifestazioni di queste nuove capacità sono l’imitazione differita, il gioco simbolico e il linguaggio. L’egocentrismo diventa ora di tipo intellettuale, il bambino ritiene che il proprio punto di vista corrispon- da necessariamente a quello degli altri. In questa fase non è ancora capace di comprendere che alcune azioni sono reversibili.

Stadio delle operazioni concrete. Dai sette agli undici anni. Adesso il bambino è capace di comprendere la reversibilità delle azioni. Tale capacità si evidenzia, per esempio, nel capire che versando lo stesso liquido in due contenitori di diversa forma non ne modifica la quantità. Ciò rappresenta la nascita del pensiero logico. Le azioni mentali isolate si coordinano adesso fra loro e diventano operazioni concrete. Tuttavia è ancora legato alle prove empiriche dei fenomeni e mostra difficoltà nel pensiero astratto.

Stadio delle operazioni formali. Dagli undici/dodici anni in poi. Questa fase si caratterizza per la nascita del pensiero ipotetico e deduttivo, il giovane è in grado cioè di compiere operazioni logiche su premesse puramente ipotetiche. Il pensiero operativo formale realizza un rovesciamento nella concezione della realtà: quest’ultima non è più la fonte di conoscenza diretta del soggetto ma viene vista come una delle manifestazioni del possibile.7

La teoria dello sviluppo cognitivo fornita da Piaget non è stata esente da critiche. In particolare Vygotskij rimproverava all’autore svizzero il fatto che non attribuisse alcuna importanza al contesto storico e culturale nel quale cresceva il bambino. Secondo la sua visione, lo sviluppo biologico definirebbe solo l’ambito delle possibilità di sviluppo, che Vygotskij indica come zona di sviluppo prossimale, non la loro concreta realizzazione, che è invece legata alle opportunità offerte dal contesto sociale di appartenenza. Lo psicologo statunitense Jerome Bruner riprende il punto di vista di Vygotskij e introduce il concetto di scaffolding (letteralmente “fornire l’impalcatura”, una struttura temporanea che viene tolta appena l’edifico è costruito), per sottolineare l’importanza della relazione con i genitori o con chi si prende cura del bambino.8 L’impalcatura fornita dall’adulto serve a compensare il dislivello fra le abilità effettivamente possedute dal bambino e quelle necessarie nell’esecuzione di un compito.

L’assunto di base che unisce queste teorie è che il pensiero umano si strutturi a partire dall’elaborazione degli stimoli (tattili, propriocettivi, visivi, uditivi ecc.) che il bambino percepisce nelle prime fasi di vita. Da questi stimoli comincia a costruirsi il pensiero e l’organizzazione di tutte quelle funzioni mentali che comunemente chiamiamo Io corporeo o Identità corporea. Merleau-Ponty, andando ad analizzare il rapporto fra corpo e movimento, afferma: «Ciascuno di noi se non è affetto da particolari patologie, ha coscienza di sé e del mondo appunto tramite il proprio corpo».9

Per approfondire questo concetto si introduce la nozione di schema corporeo. Secondo Jean le Bouch “lo schema del corpo può essere considerato come un’intuizione di insieme o una conoscenza immediata che si ha del proprio corpo sia in posizione statica che in movimento, in rapporto alle diverse parti tra loro, e soprattutto nei rapporti con lo spazio e gli oggetti che lo circondano”.

Il Wallon precisa che: «Non è un dato iniziale né un’ entità biologica o fisica, ma il giusto risultato e la condizione di giusti rapporti tra l’individuo e il proprio ambiente».

Secondo Mucchielli, questo “insieme che forma lo schema corporeo si sviluppa e si evolve molto lentamente nel bambino e non si realizza normalmente se non verso gli 11-12 anni”. Ciò indica l’importanza della educazione data alla scuola elementare durante la quale il bambino assume una genesi normale dello schema corporeo.10

J. De Ajuraguerra ha evidenziato tre tappe di sviluppo dello schema corporeo.

La tappa del corpo vissuto. Va dalla nascita fino ai tre anni, può essere individuata una tappa più breve, del corpo subito, in cui prevalgono gli automatismi riflessi che abbiamo precedentemente descritto. Ancora non vi è chiara nel bambino la distinzione fra la sua fisicità e quella ambientale. Il comportamento motorio è globale e le sue risposte emozionali incisive e mal controllate (espressione spontanea). Il bambino procede per “prove ed errori”, a seconda dei risultati che la sua azione produce tenterà di ripeterla o meno. L’imitazione dell’adulto assume un’importanza notevole per iniziare a strutturare il suo schema corporeo.

La tappa del corpo percepito, dai quattro ai sei anni di vita. Il bambino è ora consapevole del proprio Io, ciò gli permette di avere, oltre a una maggiore consapevolezza fisica, anche una migliore relazione con il mondo e con gli altri, migliori capacità di apprendimento e controllo del proprio corpo.

La tappa del corpo rappresentato, dai sette ai dodici anni. Il bambino ha ormai piena consapevolezza del proprio corpo e delle proprie capacità. La piena costituzione dello schema corporeo è il più elevato grado di conoscenza di sé, il punto di partenza verso una piena e completa autonomia.

La strutturazione e l’evoluzione dello schema corporeo avvengono attraverso le esperienze di movimento fin dalla nascita. Più saranno varie e numerose le esperienze di motricità del bambino tanto più sarà probabile la strutturazione corretta del suo schema corporeo durante lo sviluppo. Ciò si manifesta con una grande capacità di riuscita nei più svariati compiti. Nel caso contrario, uno schema corporeo mal strutturato determinerà possibili deficit nella relazione soggetto-mondo, in particolare nelle aree sotto elencate.

Area della percezione: con deficit della strutturazione spazio-temporale. Si può riscontrare in turbe precoci nella lettura.

Area della motricità, con goffaggine e incoordinazione, cattivi atteggiamenti posturali. Il bambino che ha una turbe di questo schema avrà difficoltà nel controllo di una parte del corpo che gli è pressoché estranea. Presenterà lentezza nell’organizzazione dell’azione e mancanza di coordinazione fra le varie parti del corpo. Le difficoltà di apprendimento della lettura si accompagneranno a quelle della scrittura.

Area della relazione con l’altro: l’insicurezza mostrata nell’esecuzione dei compiti scolastici e della vita quotidiana si potrà tradurre in un’insicurezza nel rapporto con gli altri. Sovente questi bambini vivono il rapporto di classe come un vero e proprio dramma giornaliero, aggravato magari dai rimproveri degli insegnanti o dei familiari o dalle prese in giro dei compagni. Ne risulta che i genitori consultano il medico per l’atteggiamento aggressivo del bambino, per la sua cattiva volontà, per il suo cattivo carattere, manifestazioni che sono la conseguenza e non la causa che è da ricercare invece in quelle turbe fondamentali che determinano il deficit di apprendimento.

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