Evidenze scientifiche sui benefici dell’attività motoria negli anziani
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Evidenze scientifiche sui benefici dell’attività motoria negli anziani

Numerosi studi scientifici hanno confermato la tesi che il movimento porta benefici attraverso un rallentamento dell’invecchiamento biologico, infatti si arriva a ottenere un miglioramento globale della salute fisica e psichica.

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Evidenze scientifiche sui benefici dell’attività motoria negli anziani

L’invecchiamento e l’attività fisica

Parlare dell’invecchiamento non è mai semplice, soprattutto perché sul tema si affrontano aspetti di natura medico-scientifica, che devono necessariamente essere trattati, anche se in modo semplice e sintetico, al fine di fornire un’utile informazione atta a far comprendere, ai pochi refrattari, l’importanza di una sana attività fisica sugli anziani. Giovenale nella sua satira ha coniato il famoso detto “mens sana in corpore sano”, dando il giusto risalto all’inscindibile binomio tra l’aspetto fisico e quello mentale. Anche sugli anziani quest’affermazione è fondamentale e il crescente interesse verso l’attività fisica ne è la dimostrazione. Interesse, sia da parte dei diretti interessati, ma soprattutto delle istituzioni che sviluppando il concetto di Welfare sempre più in chiave moderna e futuristica, intravedono nell’attività fisica un veicolo politico di promozione e d’incentivazione tale da potere contrastare il crescente aumento della popolazione anziana. Ne è da esempio l’AFA (Attività Fisica Adattata).

Interessante sarà approfondire l’invecchiamento sull’aspetto neuromuscolare, che è caratterizzato da cambiamenti strutturali e funzionali che porta a un generale degrado delle risposte neuromuscolari, e di conseguenza a una riduzione della massa muscolare (sarcopenia), della produzione della forza esplosiva e del controllo della postura. Concretamente, le problematiche neuromuscolari determinano la difficoltà di mantenere la postura eretta e di conseguenza il rischio di caduta, il tutto associato ai cambiamenti morfologici della lunghezza dei muscoli, che causa il rischio continuo di perdere l’equilibrio. Molti studi scientifici prendono in considerazione l’invecchiamento neuromuscolare, evidenziando che le degenerazioni neuromuscolari possono essere corrette solamente con un’idonea attività motoria. Ne consegue che grazie all’attività fisica con allenamenti mirati, si può non solo rallentare, ma addirittura migliorare il sistema neuromuscolare.

La riduzione del controllo posturale e il rischio di cadute

Il controllo posturale, cioè della posizione del proprio corpo nello spazio, riveste un ruolo di fondamentale importanza durante l’arco della nostra vita, in modo particolare, è stato dimostrato che con l’invecchiamento si riduce la capacità di controllare la postura, con conseguente aumento del rischio di caduta. Infatti, diversi studi hanno evidenziato che il 30 % degli individui sopra i sessantacinque anni dichiara almeno una caduta in un periodo di un anno1.

Le statistiche dicono che il 20% delle cadute richiede interventi medici; il 15% determina una dislocazione articolare, la contusione dei tessuti molli ed ematomi, mentre il 5% si risolve con le fratture del collo del femore che avvengono per il 2%. Ne consegue che, la richiesta di assistenza è sempre maggiore con un aggravio notevole al già precario sistema sanitario pubblico sotto l’aspetto economico. È stato evidenziato che l’attivazione dei muscoli posturali potrebbe essere il modo giusto per conservare la stabilità della postura poiché, con l’avanzare dell’età, i peggioramenti della stessa e la riduzione nella capacità di produzione della forza massima ed esplosiva, dipendono dal funzionamento del sistema neuro-muscolare2.

Altri ricercatori hanno rilevato come i danni da caduta si manifestano soprattutto in soggetti che presentano una restrizione nella mobilità e un deficit nella funzionalità e nel controllo della postura statica e dinamica3-4. A tal proposito, Fernie, Gryfe, Holliday & Llewellyn (1982) hanno evidenziato che i soggetti di età superiore a sessantatré anni presentano un’instabilità posturale proporzionale al numero di cadute subite. Invece, altri (Downton e Andrews, 1990), hanno osservato che l’instabilità posturale si manifesta soprattutto negli anziani di età superiore ai settantacinque anni. L’anno successivo, gli stessi autori, hanno misurato l’oscillazione posturale con la pedana di forza, rilevando che le sensazioni soggettive d’instabilità aumentano nello stesso modo dell’oggettiva mancanza di equilibrio.

Grazie all’ausilio della piattaforma di forza, si evidenzia un nesso inversamente proporzionale che sussiste tra l’età e l’equilibrio, in quanto, con l’avanzare dell’età si ha una riduzione della produzione della forza massima ed esplosiva e del controllo statico e dinamico della postura5. È stato osservato, (Granacher, Gollhofer & Strass, 2006), che il meccanismo d’instabilità posturale inizia già dal 30° anno di vita, e peggiora dopo i sessanta. Si evidenzia pure che tale meccanismo è più presente negli uomini e non nelle donne6. Inoltre, Lin and Woollacott (2002) hanno osservato che i fattori antropometrici, come l’altezza e la lunghezza del piede, possono essere altri elementi che determinano, oltre al sesso, le variazioni posturali. Nel 2007, Suetta, Magnusson, Beyer, & Kjaer hanno costatato che è di fondamentale importanza fare un programma di allenamento, che favorisca la generazione della forza esplosiva, utile a contrastare il rischio di caduta. Lo stesso Sayers, sempre nel 2007, ha sperimentato che per migliorare la capacità di produzione della forza esplosiva, sono fondamentali gli allenamenti di forza combinati con esercizi di potenza ad alta velocità, rispetto a quelli tradizionali di forza.

Con estrema sintesi, alcuni ricercatori hanno verificato che a lungo termine, gli allenamenti di forza sul controllo della postura sono contraddittori, mentre altri studiosi, (Brochu et al., 2002) e (Holviala, Sallinen, Kraemer, Alen, & Häkkinen, 2006), hanno osservato un miglioramento nel controllo della postura dopo gli allenamenti di resistenza. Si è posta una particolare attenzione agli effetti dell’allenamento di forza, suggerendo di controllare le possibili conseguenze negative provocate dalla fatica. È stato anche studiato l’effetto di come gli esercizi di equilibrio possano essere decisivi sul controllo della postura negli anziani, e a tal proposito, (Steadman, Donaldson, & Kalra, 2003), hanno costatato che dopo sei settimane di allenamento per l’equilibrio, il gruppo di anziani esaminato, di età compresa tra i sessanta e gli ottanta anni, ha migliorato la mobilità e il controllo posturale. Altri studiosi hanno verificato che l’allenamento di equilibrio potrebbe avere un effetto preventivo sulle cadute, grazie ad un aumento di sensibilità dei fusi neuromuscolari che potrebbero determinare un miglioramento del controllo dinamico della postura8. L’anno successivo, gli stessi autori, hanno dimostrato che, dopo dodici settimane di allenamento per l’equilibrio, in un gruppo di uomini anziani (età media di sessantasei anni) si è verificato un rapido aumento della capacità di forza degli estensori della gamba, anche se ciò non ha determinato un aumento nell’attivazione neuromuscolare degli stessi muscoli. Comunque, ancora oggi, nulla è stato definito, poiché il tema riguardante gli effetti degli allenamenti di forza e di equilibrio sul sistema neuromuscolare negli anziani, stimola gli studiosi e i ricercatori scientifici a determinare nuove certezze.

La sarcopenia

Nel 1988, Irwin Rosenberg ha coniato il termine “sarcopenia”, identificandolo nella perdita sia della massa sia della funzione muscolare, e nello specifico si manifesta nella riduzione progressiva della dimensione e del numero di fibre muscolari associate all’invecchiamento. La sarcopenia è molto diffusa in anziani fragili e non permette di eseguire tutte o molte delle attività della vita quotidiana.

L’associazione di una dieta inadeguata e di una perdita della forza muscolare, crea un circolo di progressiva inattività fisica e accelerazione dell’atrofia muscolare, e inoltre, man mano che i muscoli s’indebolisce, la lunghezza del passo si accorcia. Gran parte della letteratura ha associato la grandezza della massa muscolare scheletrica alla forza che un muscolo può generare, ne consegue che, una diminuzione nella massa muscolare scheletrica, causata dall’invecchiamento, definita come “sarcopenia senile”, contribuisce alla perdita di forza dovuta all’invecchiamento9-10.

In letteratura sono presenti diversi studi riguardo la sarcopenia, che avvalorano la tesi con cui, sia negli uomini sia nelle donne, la massa muscolare scheletrica diminuisce tra i quaranta e gli ottanta anni. Si è affermato, infatti, che la massa muscolare scheletrica, dai trenta anni, si riduce progressivamente; questo processo è più presente negli uomini ancorché nelle donneAttraverso uno studio con risonanze magnetiche, prendendo a campione un gruppo eterogeneo d’individui di età compresa tra i diciotto e gli ottantotto anni, è stato evidenziato che con l’avanzare degli anni la massa muscolare si riduce principalmente nella parte inferiore del corpo, e ciò è aggravato quando diminuisce l’attività fisica, poiché sono colpiti, in particolare, gli estensori delle caviglie e delle ginocchia. Ne consegue, che dalla riduzione della massa muscolare si determina un’inevitabile diminuzione di produzione di forza massima ed esplosiva. Con l’invecchiamento si riduce principalmente la produzione della forza esplosiva rispetto a quella massima, e inoltre, l’invecchiamento neuromuscolare differisce sia in termini di gruppi muscolari, sia di tipi di contrazioni, sia in relazione con la forza iniziale. Nel 1993, grazie a Welle, Thornton, Jozefowicz & Statt, è stata sperimentata l’efficacia dei programmi di attività fisica finalizzati ad aumentare la forza muscolare, ed è stato evidenziato che le persone attive hanno più forza dei soggetti sedentari, anche se questi si trovano negli ultimi anni di vita. Ciò è stato evidenziato anche da Frontera, Meredith, O’Reilly, Knuttgen & Evans nel 1998, i quali hanno esaminato le variazioni subite da uomini anziani dopo dodici settimane di esercizi di forza con carichi elevati, e hanno costatato un incremento della sezione muscolare a metà coscia dell’11,4% e un incremento del 100% della forza muscolare. Diametralmente opposta è la sperimentazione di Fiatarone (2006), che ha dimostrato che sono più efficaci gli esercizi muscolari a bassa ripetizione e con forte resistenza, poiché nel campione di uomini anziani oggetto del loro studio, si sono avuti aumenti di forza massima fino ad arrivare al 174%.

L’importanza della combinazione dell’allenamento aerobico, di equilibrio, di forza e flessibilità negli anziani.

In seguito allo studio “L’esercizio e l’attività fisica per gli anziani”, eseguito nel 2007 dall’ACSM in collaborazione con l’American Heart Association (AHA), e ampliato nel 2008, anche grazie alle linee guida sull’attività fisica per gli americani si stabilisce che la prescrizione degli esercizi per gli anziani dovrebbe includere l’esercizio aerobico, di potenziamento muscolare, di flessibilità e di equilibrio. “Aerobic Exercise Training” (AET) si riferisce ad attività ginniche - condizionali nelle quali l’O2 diventa parte determinante del processo di ri-sintesi dell’ATP; sono, quindi, quegli esercizi nei quali i muscoli del corpo si muovono in modo ritmico per periodi prolungati. “Resistance Exercise Training” (RET) rappresenta quella grande categoria di allenamenti fisici anaerobici in cui i muscoli esercitano la propria attività contro un carico esterno”. L’esercizio di flessibilità si riferisce alle attività volte a mantenere o ampliare il range di movimento (ROM) di un’articolazione. L’esercizio di equilibrio si riferisce a una combinazione di attività per aumentare la resistenza inferiore del corpo riducendo il rischio di cadere.

Gli effetti positivi del movimento, relativi all’equilibrio, sono stati evidenziati anche nelle condizioni in cui sono presenti modificazioni fisiologiche legate alla diminuzione dell’estensione dell’anca, uno dei fattori principali della perdita d’equilibrio, dell’aumento delle cifosi dorsali, della diminuzione di forza, nei gruppi muscolari dell’arto inferiore, con una conseguente diminuzione delle abilità nella marcia. Comunque, le tipologie di allenamento alle quali è data maggiore rilevanza sono l’allenamento aerobico e della forza, poiché hanno degli effetti positivi sulla densità ossea, sull’omeostasi del glucosio e anche sulla diminuzione del rischio di cadute. A tal proposito, (Rubenstein et al., 2000), hanno verificato che la combinazione di esercizi di forza, equilibrio, resistenza e flessibilità, riduce notevolmente il rischio di caduta. Lo studio di (Cadore, Rodríguez-Mañas, Sinclair & Izquierdo, 2013), ha evidenziato che i miglioramenti neuromuscolari si hanno grazie ad un programma di esercizi multi-componente che si compone di forza, resistenza ed equilibrio, e che sembra essere quindi la migliore strategia per migliorare la deambulazione, l’equilibrio e la forza, cosi come la riduzione del tasso di cadute nei soggetti anziani, mantenendo di conseguenza la loro capacità funzionale durante l’invecchiamento.

L’importanza degli allenamenti di forza, d’equilibrio, di resistenza e di flessibilità, per gli anziani, è stata anche valorizzata dallo studio di Gschwind e altri nel 2013. È stato preso un campione di cinquantaquattro anziani sani di età compresa tra i sessantacinque e gli ottanta anni residenti in comunità. Il protocollo era così strutturato: durata complessiva di dodici settimane; con tre incontri settimanali, con singola sessione di allenamento di trenta minuti. Il programma d’intervento aveva l’obiettivo di prevenire le cadute nell’anziano, e a differenza dei precedenti programmi di esercizio, di prevenzione delle cadute, questo si basava su una recente meta-analisi (Gillespie et al. 2009), che ha ulteriormente dimostrato come un programma multi-componente, quale: allenamento di forza, di equilibrio, di flessibilità e aerobico, riduca notevolmente il rischio di caduta.