Le teorie del gioco
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Le teorie del gioco

Le teorie del gioco hanno contribuito a considerare l’attività ludica un importante fattore di sviluppo. Il gioco permette al bambino di sperimentare prima e consolidare poi nuove competenze sia cognitive sia socio affettive.

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Le teorie del gioco

La complessità e l’ambiguità dell’attività ludica hanno sollecitato molti autori, dalla seconda metà del secolo scorso, a interpretare e comprendere che cosa sia il gioco, perché il bambino gioca e quando gioca. Da qui nascono molte delle teorie volte a risolvere questo paradigma fondamentale della pedagogia. Tra tutte le teorie del gioco quella con maggiore considerazione è sicuramente la teoria di Herbert Spencer della “Sovrabbondanza di energia”: Secondo Spencer, l’organismo ha bisogno fisiologicamente di liberarsi di energia superflue non consumate durante l’attività lavorativa. Infatti il gioco per il bambino rappresenta un insieme di forze accumulate e non impiegate in occupazioni “serie” che vengono poi scaricate in quelle attività proprie della mente del fanciullo, come il gioco. Viene mossa così una critica su tale teoria: perché allora i bambini giocano anche quando sono stanchi? Come si spiega il gioco creativo? Qui possiamo riscontrare anche l’aspetto opposto, come nel caso di bambini deboli o malati che, non avendo le energie necessarie, giocano nel loro lettino con molta gioia.1 Froebel definisce il gioco come libera espressione della spontaneità del bambino. L’autore pone il gioco infantile nell’applicazione delle attività fondamentali dello spirito, dell’arte, della scienza nei quattro istinti del bambino ossia l’istinto a fare, ad indagare, l’amore del bello e l’anelito a Dio. Quindi il gioco è un azione globale dell’anima che soddisfa questi quattro istinti. Inoltre sostiene che l’uomo predilige tutto ciò che è rotondo e sferico, sottolineando l’importanza dei giochi con la palla. Infatti presenta una serie di giochi ordinati secondo lo sviluppo progressivo della mente del bambino, l’attenzione e l’equilibrio psico-motorio. Schiller invece afferma che “l’uomo è completo solo quando gioca”.2

Tutti giocano e persino le attività serie possono trasformarsi in gioco. Il gioco non è semplicemente uno svago o un pre - esercizio ma attività nobile che può condurre l’uomo alla felicità. Per Chateau il gioco è transitorio d per il bambino è il sostituto temporaneo dell’attività lavorativa. Non è quindi una semplice distrazione ma è la sola possibilità di sviluppare la propria personalità, appagando i desideri e le necessità del bambino. Il gioco è importante: nella crescita del bambino sviluppa l’anima e l’intelligenza e prepara all’attività seria e alla comprensione delle regole morali. Secondo Dewey non esistono attività senza uno scopo in quanto “il gioco e il lavoro nel loro intrinseco significato non sono per alcun verso antitetici l’uno all’altro come generalmente si crede, a meno che indesiderabili condizioni sociali non stabiliscano un netto contrasto tra di loro”.3 La differenza sta principalmente nella durata del processo, necessario al raggiungimento di un obiettivo. Per l’autore il gioco è fine a se stesso, indipendentemente dai risultati. Ma questa concezione verrà successivamente negata in quanto il gioco ha sempre uno scopo ma il risultato previsto è un’azione successiva come conseguenza e non la produzione di un cambiamento. Tra gli psicanalisti Freud sottolinea la duplice finalità del gioco: quella di progressiva crescita e sviluppo della persona e quella regressiva. Sostiene che il gioco è un comportamento che risponde ai bisogni della persona la quale, credendo di giocare, è mossa da forze inconsce, considerando quindi il ludico un’attività come tutte le altre. L’attività ludica è un mezzo per manifestare inconsciamente le proprie ansie e le proprie paure.

L’importante non è studiare il contenuto oggettivo del gioco ma capire il suo contenuto più profondo, privo di libertà e gratuità ai quali si fa rifermento in modo superficiale. Analizzando nel dettaglio il significato del termine “gioco”, si afferma che esso contiene una serie di regole vincolanti per chi accetta di giocare. Nessuno è costretto a partecipare al gioco, ma una volta accettato, bisogna rispettarne le regole. Secondo Freud il bambino attraverso il gioco riesce a crescere e a fare quello che fanno gli adulti. Infatti il bambino discosta il gioco dalla realtà, ma utilizza oggetti reali per crearsi un mondo suo nel quale può ripetere le sue esperienze piacevoli e desiderate. Però nel gioco spesso vengono ripetute anche le esperienze negative del bambino, come ad esempio somministrano le loro medicine alle bambole. Il gioco sostanzialmente è manifestazione simbolica della realtà e dei suoi desideri repressi.4 Callois sostiene che il gioco ha molteplici significati e infinite possibilità: il gioco è in primo luogo è un esperienza personale e solo chi gioca sa cosa prova nel giocare. Parla di “ludus” identificando la dimensione del gioco non vincolata da regole, quindi libera e volontaria. L’autore inoltre redige una classificazione dei giochi, distinguendo 4 categorie di giochi; si tratta di ambiti che corrispondono alle pulsazioni essenziali della persona:

  • ambito della “VERTIGINE” corrispondente alla ricerca del senso sfrenato del rischio estremo e dell’avventura
  • l’ambito del “SIMULACRO” basato sull’ambiguità della maschera in un gioco di ruoli
  • l’ambito dell’“AZZARDO” basato sulla precarietà e sulla passività del ruolo del giocatore poiché la sorte incide sui risultati
  • l’ambito della “COMPETIZIONE” basato sul desiderio di essere migliori e vincenti.5

Nel 1902 Hall, nella “teoria dell’atavismo o ricapitolazione”, definisce il gioco come traccia di attività svolte nel passato e rimaste nel bambino. Non è altro che una ricapitolazione della vita dell’umanità, poiché giocando, ripercorre tutta la storia della sua specie. Egli considera pertanto che i giochi subiscono un’evoluzione nel corso dell’infanzia come si sviluppano tutte le altre attività umane. In un opera successiva, l’autore modifica leggermente il suo pensiero affermando che il gioco è uno “strumento costruttivo” e non più “eliminatorio” in quanto il bambino grazie all’eliminazione di alcune parti, può svilupparne di nuove. Groos nel 1896 formula la “teoria dell’esercizio preparatorio” in cui sottolinea la distinzione dei giochi in base agli istinti e alla specie (lotta, caccia, erotismo ecc.): il gioco è far esercitare l’uomo alla vita e prepararlo alla serietà della vita adulta. Un'altra teoria fondamentale sulla funzione del gioco è quella sostenuta da Carr (teoria dell’esercizio complementare) secondo cui il gioco è un post-esercizio, cioè un modo per mantenere stabili e durature le abitudini acquisite con l’esercizio. Questa teoria è stata poi riproposta da Lange ma in modo diverso rispetto all’autore precedente. Secondo Lange il gioco compensa le opportunità negate e diviene così un modo con cui l’uomo può impiegare le energie non necessarie nella realtà. Il gioco quindi riesce a dare all’uomo ciò che la vita reale non offre. Inoltre Carr nel 1899 classifica i giochi degli adulti in:

  • GIOCHI DI LOCOMOZIONE (che si rifanno al movimento)
  • GIOCHI CINERGETICI (che manifestano l’istinto)
  • GIOCHI DI LOTTA
  • GIOCHI EROTICI (che riguardano le attività sessuali degli animali)
  • GIOCHI ARCHITETTONICI (che esprimono la gioia di auto esibirsi nei giochi amorosi)
  • GIOCHI DI IMITAZIONE;

Mentre per i bambini distingue i giochi in:

  • GIOCHI DI ESPERIENZA (come giochi sensoriali, giochi motori, giochi di immaginazione)
  • GIOCHI A CARATTERE COMBATTIVO E DI PREPARAZIONE ALLA VITA SESSUALE (come i giochi di lotta, i giochi di imitazione o i giochi d’amore).

La “teoria genetico-funzionale” di Cleparède definisce il gioco come mezzo utile a soddisfare i bisogni e i desideri dell’uomo. È un’attività libera, basata sulla finzione, che segue però scopi irreali e fittizi. Quindi l’attività ludica è un’alternativa alle altre attività che non riescono pienamente a soddisfare le esigenze funzionali, intellettive ed emotive della persona. Sostituisce l’attività seria dell’uomo in un età dove non è ancora capace a svolgere altri tipi di attività. Inoltre il gioco nella scuola viene definito come una “chiave” per il bambino che permette di appropriarsi delle energie che possiede. Inoltre formula una classificazione dei giochi dei bambini in:

  • GIOCHI RELATIVI ALLE FUNZIONI GENERALI (giochi sensoriali, motori, psichici, intellettuali, affettivi)
  • GIOCHI RELATIVI ALLE FUNZIONI SPECIALI (giochi di lotta, di caccia, di imitazione, sociali, familiari).

Locke invece mirava alla salute e all’efficienza del corpo dei bambini tramite un’istruzione severa ma non autoritaria caratterizzata dalla presenza di attività ludiche libere. Secondo l’autore, il piacere e il divertimento che si prova durante le attività ludiche infantili deve essere uguale nello studio e nelle attività lavorative; se i ragazzi continuano a giocare significa che non ancora sono pronti allo studio e quindi bisogna lasciarli giocare “fino a che non sono annoiati e stanchi”. Inoltre propone tutta una serie di attività ludico-didattiche che consentono ai bambini di imparare a leggere e a scrivere giocando. Locke sostiene che il gioco deve essere per tutti, sia bambini che adulti; per giocare bastano pochi semplici oggetti piuttosto che giocattoli costosi e complessi. Analogie notevoli si trovano nel pensiero di Fénelon, un sacerdote francese che per diversi anni si è interessato al rapporto tra gioco e didattica. Secondo l’autore il gioco ha caratteristiche plurime, con scopi e finalità diverse. Obiettivo principale è lo sviluppo delle capacità condizionali e coordinative e lo sviluppo cognitivo e della socializzazione.

Nella sua opera Fenélon affronta tre tematiche che riguardano il gioco:

  • GIOCHI PER L’EDUCAZIONE DEL CORPO (giochi di movimento e sportivi)
  • GIOCHI PER L‟EDUCAZIONE DEGLI AFFETTI (giochi di regole e di gruppo)
  • GIOCHI PER L‟EDUCAZIONE DELLA MENTE (giochi didattici).

Un autore di rilevante importanza nel pensiero del gioco è Piaget, il quale formula una teoria strettamente legata allo sviluppo dell’intelligenza. Piaget ci illustra come il gioco sia strettamente connesso allo sviluppo cognitivo del bambino che dimostra il grado di sviluppo mentale come risultato di due processi complementari: l’assimilazione e l’accomodamento: l’assimilazione è un processo attraverso cui si raccolgono dati forniti dall’esperienza; è un processo che modifica la realtà oggettiva rispetto al soggetto. Quindi fa riferimento a qualsiasi processo con cui l’organismo modifica l’informazione acquisita in conoscenza pratica; l’accomodamento invece è l’adattamento del soggetto alle condizioni esterne per poterne ricavare informazioni; è un processo in cui il soggetto modifica il suo essere in base alla realtà e ne modifica i suoi comportamenti.

Lo sviluppo cognitivo si avrà quando i due processi sono perfettamente equilibrati. Se ciò non avviene, l’accomodamento può predominare sull’assimilazione, portando all’imitazione oppure viceversa l’assimilazione domina sull’accomodamento; e in questo caso si avrà il gioco. Come la fantasia, il gioco origina dall’incoscio: attraverso il gioco e la fantasia si sviluppano le capacità senso-motorie, percettivo-motorie, senso-affettive ed espressive del bambino. Con il gioco, inoltre, si aiuta il soggetto a sviluppare la propria personalità e ad apprendere i processi mentali.6 L’analisi di Piaget individua tre categorie di giochi infantili:

  • GIOCHI SENSOMOTORI con cui il bambino acquisisce il controllo e la coordinazione dei movimenti. Sono le prime esperienze ludiche attraverso cui il bambino si esercita su capacità già acquisite attraverso la ripetizione o la variazione dei movimenti. Sono tipici del periodo intorno ai due anni in cui il bambino utilizza il movimento per giocare;
  • GIOCHI SIMBOLICI con cui il bambino gioca attraverso simboli o rappresentazioni della realtà. Si sviluppano intorno ai 7/8 anni in cui il bambino è capace di replicare le acquisizioni motorie anche sul piano simbolico e verbale;
  • GIOCHI DI REGOLE, tipici del periodo scolastico, in cui il bambino comincia ad apprendere alcuni concetti sociali e inizia a pensare e lavorare in modo più oggettivo. Si sviluppano nei bambini di 11/12 anni. Il gioco è soggetto a regolamentazione obbligatoria che va capita per poter svolgere il proprio ruolo di giocatore. Sviluppano quindi le capacità mentali e logico-formali.

Negli ultimi anni molti consensi in Europa ha trovato l’autore Pierre Parlebas che definisce l’atto motorio come una struttura molto più complessa che richiede capacità decisionali e progettuali del soggetto. L’atto motorio mette in gioco l’affettività e le fantasie del soggetto che gioca, il quale si trova fra tre dimensioni: biologica, socio-morale e l’educazione della mente. Il gioco ha una propria azione comunicativa e uno specifico linguaggio: il corpo parla attraverso il movimento e la comunicazione non verbale. Un bambino che gioca applica dei comportamenti che si riconducono ai suoi bisogni comunicativi, alla sua fisicità, all’affettività e alla percezione sociale. Tutti questi grandi pensatori del passato ci rivelano la loro straordinaria modernità di pensiero; ancora oggi il gioco infantile è compresso e bloccato dal mondo degli adulti.7

Una rivoluzione vera e propria nello studio del gioco si avrà poi con lo storico saggista e antropologo Johan Huizinga il quale, nella prefazione della sua opera principale “Homo Ludens”, puntualizza il significato del titolo e la fondatezza del contenuto. Egli sostiene che l’uomo, oltre ad essere definito Sapiens e Faber, deve essere considerato anche come “ludens” in quanto l’uomo che gioca ha una funzione essenziale accanto a quella dell’uomo “faber”. Secondo l’autore, chi considera il gioco come un’attività secondaria all’uomo sbaglia in quanto ogni attività umana è riconducibile al gioco stesso. Il gioco così non è più solo l’esatto opposto dell’attività lavorativa, ma diviene un vero e proprio fenomeno culturale a tal punto che Huizinga afferma che “la civiltà umana sorge e si sviluppa nel gioco come gioco”. Queste teorie possono essere ancora oggi rivalutate non solo nel mondo dell’infanzia e della fanciullezza, ma anche nel mondo adulto e anziano, soprattutto da chi esercita il ruolo educativo ed animativo nella scuola e nel tempo libero.