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Fatta la chinesiologia, ora sono da fare i chinesiologi

Ancora una volta emergono le falle del sistema universitario nell’attribuire titoli a chi denota evidenti difficoltà di comprensione di una norma, che fa nascere la chinesiologia, ma dimentica di formare i chinesiologi

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Fatta la chinesiologia, ora sono da fare i chinesiologi

Con un colpo di coda inaspettato, e dopo la pioggia di critiche giunte da ogni esponente del mondo dello sport all'indirizzo dall'ex ministro dell'omonimo dicastero (per le affermazioni sulle competenze pre-incarico), a fine febbraio è stata approvata la riforma di settore.

Una riforma che qualcuno si è affrettato a definire epocale, probabilmente senza neppure averne letto i dettagli, lo scopo e la portata.
Anzi, spero che l'entusiasmo sia giunto senza averla letta, perché l'alternativa sarebbe quella di non averla capita o, peggio, il tentativo di gettare fumo negli occhi dei gregari di cui ci si erge leader, consapevoli che loro (di certo) non la leggeranno.

Andiamo per gradi.

Obiettivo principale della riforma è la regolamentazione fiscale di un settore che per troppo tempo, e per ragioni meramente politiche, è stato terra di nessuno, con meccanismi legalizzati di elusione fiscale.
A questo obiettivo principe è seguita la formale istituzione della figura del chinesiologo che, per carità, può essere una importante pietra miliare (ribadisco di tipo formale) per chi conclude uno specifico percorso di studi universitario. Questo quello che è avvenuto, al netto delle ripercussioni fiscali per le quali aspetterei a gioire, con un tratto di penna si fa nascere la chinesiologia.

Se fosse possibile creare con la stessa procedura anche i chinesiologi, intesi come figure che oltre ad aver concluso un iter universitario hanno anche acquisito competenze specifiche sia della disciplina che dell'ambito operativo, mi sarei messo a festeggiare anche io. Se la riforma si potesse tradurre in un miglioramento certo delle condizioni lavorative, e non come uno squarcio fatto passare per una pezza che giunge nel pieno della più epocale delle crisi di settore, stapperei anche il Dom Pérignon del 1969 che ho in cantina. Ma questa riforma non è nulla di tutto quanto questo.

Quello che invece molti sedicenti chinesiologi hanno compreso è che da ora in avanti loro e solo loro potranno fregiarsi del titolo di Personal Trainer, loro e solo loro potranno aprire e gestire una palestra, loro e solo loro avranno un contratto da 2000 euro in su al mese. E ne sono così convinti che non vi è gruppo di categoria in cui non si sia ripetuto questo mantra per giorni.
Peccato che questa interpretazione sia totalmente destituita di fondamento, e dire che nel percorso di laurea in scienze motorie è presente anche un esame di diritto! C'è da chiedersi se dopo un esame universitario non si è in grado di leggere e comprendere una riforma, come si possa pensare di avere le competenze perfino per insegnare una disciplina sportiva dopo un analogo singolo esame.
Se un esame non basta per capire, può essere sufficiente per pretendere d'insegnare? Ma è uno dei tanti misteri di un settore che una vera riforma dovrebbe riceverla nel piano di studi e nella procedura di valutazione degli esami medesimi. Ma questo non sembra volerlo nessuno.

Mi domando cosa accadrà quando questi gruppi, che sono funzionali prevalentemente allo sfogo raccatta-like, si renderanno conto che nessuno degli obiettivi che hanno creduto d'aver raggiunto è neppure lontanamente vicino a quello che gli hanno fatto credere. A meno che non ritengano più appagante restare disoccupati ma con una denominazione professionale che (ritengono) essere più cool, sebbene con tutta probabilità solo loro conoscano.

Dal mio punto di vista non è il nome che diamo alle cose a renderle importanti, ma la loro capacità di indurre una reazione.
Ben venga il contenitore (la chinesiologia), ma ancora nessuno che si preoccupi del contenuto (le competenze reali, e non il nome pomposo di alcuni esami). Alla fine continua solo la guerra tra poveri per la quale, dopo 3 anni di studi universitari per una laurea di primo livello, non ci si chiede cosa si è appreso e cosa si è in grado di fare, non ci si lamenta di non possedere le basi minime per la propria professione e da cosa dipenda, ma si è solo allevato il rancore nei confronti di chi riesce a collocarsi lavorativamente anche con altre strade.
Si dimostra quindi che alla fine l'intento di tutte queste battaglie non è il riconoscimento professionale, ma la pretesa di un posto di lavoro in un settore che poco si conosce e che probabilmente mai si è frequentato.
Talmente poco da non comprendere neppure le dinamiche economiche che ruotano intorno, credendo che sia verosimile aspettarsi 2000 euro di stipendio da strutture al tracollo e con abbonamenti medi mensili che non arrivano a 60 euro a persona.

Del resto parliamo di persone che non si lamentano neppure quando, decidendo di proseguire con la magistrale, si ritrovano a ripetere il 90% dei programmi della triennale, ma con il nome degli insegnamenti che è solo cambiato. Gli stessi che, dopo averla conclusa, corrono a scrivere sui social di aver conquistato 2 lauree!
Due lauree: che tenerezza! Pensare che la magistrale sia una seconda laurea è po' come credere che il diploma delle superiori è un secondo ciclo di scuole medie. Un chinesiologo con 2 lauree, mentre un cardiochirurgo infantile ne ha solo una, chissà se almeno ha sostenuto l'esame di diritto!

Laurearsi senza acquisire competenze è come buttarsi in mare senza aver imparato a nuotare: ci si rende conto troppo tardi che sbraitare contro chi resta a galla (pur senza aver frequentato il corso di nuoto) servirà a poco e si è destinati in ogni caso ad annegare. Siete quindi sicuri che la colpa sia di chi sa farlo e non di chi non si è preoccupato di apprenderlo?
Ecco perché l'unica vera riforma che una categoria con l'ardire (legittimo) di volersi collocare nel sanitario dovrebbe pretendere è quella universitaria. A meno che, come per l'etichetta di chinesiologo, lo scopo non sia solo quello di vestire in camice bianco. Comportamento che, in modo imbarazzante, alcuni mi risulta già compiano, arrivando ad autotitolarsi "fisiologo clinico dell'esercizio fisico", pur in assenza di uno specifico percorso di laurea che attribuisca tale denominazione.
In altri termini quelli che in modo non infrequente appellano gli altri di "abusivismo", con leggerezza procedono se non al millantato titolo (art. 498 del Codice Penale), perlomeno ad una titolazione degna di Aldo, Giovanni e Giacomo nella scena della "meccanica di precisione".

Quindi è tutto inutile e tutto da buttare? Per fortuna no, una percentuale (purtroppo a mio parere bassa, ma lieto se qualcuno vorrà smentirmi) di veri professionisti c'era già prima, quelli che non hanno studiato per superare un esame a crocette, ma per acquisire competenze. Questi colleghi provano a tenere alto l'onore di una categoria bistrattata e ridicolizzata, spesso dai suoi stessi appartenenti, Professionisti che hanno ben compreso che le competenze avrebbero differenziato la loro capacità di collocarsi lavorativamente, e in prima persona hanno avviato realtà lavorative da chinesiologi, ben prima che qualcuno li "autorizzasse" a stampare nuovi bigliettini da visita.
Persone che non si sono preoccupate di trovare nemici immaginari contro cui scagliarsi nella speranza di avere l'esclusiva di produrre schede 3x10 in una palestra, e che anche oggi, dopo la riforma, si sono fermati a chiedersi "cosa cambia da domani", invece di esultare per qualcosa che non avevano neppure letto.

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