Doping: è possibile una prevenzione?
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Doping: è possibile una prevenzione?

Alcuni studi hanno rilevato che è possibile associare un profilo psicologico ad una predisposizione all’uso di doping. Una diagnosi precoce di manifestazioni psicopatologiche dell'atleta può essere un valido mezzo per combattere il doping su un piano preventivo.

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Doping: è possibile una prevenzione?

Esistono diverse motivazioni che spingono le persone a fare uso di doping, siano essi atleti, amatori, o comunque, soggetti praticanti attività fisica: quelle psicofisiologiche (riduzione del dolore, la riabilitazione dopo un infortunio, il controllo del peso, l’aumento dell’energia e dell’attivazione), quelle psicologiche ed emotive (la paura di fallire, essere competitivo, acquisire sicurezza nei propri mezzi migliorando l’autostima, la ricerca della perfezione psicofisica, il raggiungimento del successo ad ogni costo), quelle sociali (l’imitazione di atleti di alto livello, la pressione dei compagni d’allenamento o di altre persone come i familiari o dell’ambiente sportivo, come le società, lo staff, gli sponsor).

Inoltre sono da considerare anche quelle di derivazioni culturali, radicate nella psicosomatica delle tradizioni millenarie occidentali, che differiscono da quelle orientali. Infatti, la prevalenza d’uso degli AAS mostra una differenza geografica molto variabile. L’abuso di AAS è un problema particolarmente comune in Scandinavia, seguita dagli Stati Uniti, poi dai paesi del Commonwealth britannico, dal Brasile e dal resto dell’Europa occidentale.

Al contrario, l’abuso di AAS è piuttosto raro in Estremo Oriente, e vi sono pochi rapporti sull’uso illecito degli AAS in paesi come Cina, Giappone o Corea. Le culture occidentali hanno decantato la muscolatura sin dai tempi più antichi, come illustrato da Sansone nella Bibbia o dagli dei muscolosi in maniera sovrannaturale dell’antica Grecia e Roma. Queste tradizioni occidentali del culto della muscolatura hanno continuato a prosperare fino ai tempi moderni, come indicano ad esempio le caratteristiche di giocattoli per bambini basate sulle immagini di corpi maschili sulle riviste, i personaggi di film hollywoodiani e numerose altre immagini (Kanayama et al., 2012). Al contrario, la tradizione culturale dell’Estremo Oriente è quasi del tutto priva di queste eredità o immagini del passato. L’eroe di un film d’azione asiatico è un campione magro di arti marziali, non un concentrato di muscoli come l’hollywoodiano “Conan il Barbaro” . I “Dialoghi di Confucio”, scritti più di 2000 anni fa, legano il concetto di mascolinità all’intelletto, alla raffinatezza e alla virtuosità, ma non alla forza muscolare (R. Pacifici, S. Pichini, Istituto Superiore di Sanità).

È ampliamente documentato e accertato, attraverso numerosi studi e analisi condotte dagli esperti, gli effetti psicofisici a breve, medio e lungo periodo che, l’assunzione di sostanze per potenziare le performance (PED) e i metodi utilizzati a tali scopi, provoca in chi ne fa uso. Ciò che a oggi non è ancora del tutto chiaro, non essendoci molti studi e risultati soddisfacenti, è conoscere quali sono i fattori di rischio specifici nella popolazione di sportivi, che potrebbero condizionarla a utilizzare sostanze dopanti in futuro. Il disturbo dell’immagine corporea è forse il più comune disturbo associato con l’uso di sostanze per potenziare le performance.

È stato teorizzato, infatti, che, tra gli adolescenti, il disturbo dell’immagine corporea potrebbe essere un fattore di rischio specific e costituirebbe una predizione nelle intenzioni di uso futuro di sostanze dopanti.1-2 Le indagini fatte sull’uso di PED e questi sintomi, suggeriscono che sono altamente correlati, ed è chiaramente visibile nei loro modelli di comorbilità, definita nel 1995 dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) come la «coesistenza nel medesimo individuo di un disturbo dovuto al consumo di sostanze psicoattive e di un altro disturbo psichiatrico».L’obiettivo dello studio è stato quello di determinare, in un gruppo di soggetti praticanti attività fisica a livello dilettantistico e/o amatoriale, quale profilo psicologico si possa associare alla predisposizione all’uso di doping.

Ci siamo soffermati e abbiamo analizzato approfonditamente, quelle che sono le riposte alla quinta domanda del dilemma di Goldman, rivisitato da Connor, e le correlazioni psicopatologiche dei soggetti, in base alle loro risposte della scala di autovalutazione SCl-90. Dai risultati emersi nelle nostre indagini, una percentuale molto alta (12,8%), rispondeva “si” alla quinta domanda, accettando il patto, cioè acconsentivano a utilizzare una sostanza illegale per vincere una medaglia d’oro se, nella domanda, non era esplicitamente dichiarato che potevano esserci conseguenze per la salute. Questo risultato è in linea con lo studio realizzato da Connor, dove furono reclutati 212 atleti professionisti sopra i 18 anni, che competevano per un evento in Canada nel 2009 (tabella 8).

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Connor ha ottenuto lo stesso risultato, dove circa l’11,8 % era disposto ad accettare il dilemma se le sostanze erano illegali ma senza alcuna indicazione di effetti sulla mortalità. Il campione analizzato in questa tesi differisce leggermente dai gruppi analizzati da Connor per le risposte agli altri quesiti del dilemma, infatti, nei campioni anglosassoni, c’è una maggiore propensione ad accettare il dilemma se la sostanza da utilizzare è legale.3

Nel nostro caso il fatto che la sostanza sia legale o illegale non fa alcuna differenza. Non abbiamo sufficienti dati per capire se questa differenza si basa su diversità culturali tra la popolazione anglosassone e quella italiana oppure sul tipo di campione utilizzato. Ci siamo focalizzati sulla popolazione che ha risposto positivamente al quinto quesito di Connor, che pone comunque un problema etico. Abbiamo osservato una correlazione positiva tra l’accettazione della quinta domanda e sintomi psicologici, quali lo psicoticismo, la somatizzazione e l’ostilità.

Il disturbo dell’immagine corporea è un fattore di rischio specifico all’utilizzo del doping. In un recente studio condotto in California sui sollevatori di pesi, è stata supportata l'ipotesi che, per gli adolescenti, la preoccupazione che hanno riguardo alla propria immagine corporea, rappresenta il principale fattore di rischio per l'uso illecito di AAS (Pope HG Jr, Kanayama G, 2012). Detto ciò, dai nostri dati emerge che c’è una correlazione positiva significativa tra l’accettazione della quinta domanda del dilemma di Goldman e la somatizzazione.

Con somatizzazione si intende un fenomeno a causa del quale la persona colpita manifesta un’importante sofferenza psichica mediata da sintomi somatici. Solitamente l’insorgere di tali meccanismi è attribuita allo stress, all’ansia, alla paura o a un forte disagio, che attivano (talvolta in maniera smisurata), il sistema nervoso autonomo, il quale a sua volta risponde con reazioni vegetative che causano problemi fisici. Ad esempio, una rabbia non espressa, può produrre un sintomo organico come mal di pancia ricorrente. La somatizzazione è caratterizzata sia da disturbi psicosomatici conclamati, sia da un’eccessiva preoccupazione per il corpo. A tal proposito, questo nostro risultato può richiamare il disturbo di dismorfismo corporeo (Dismorfofobia) , caratterizzato dall'eccessiva preoccupazione riguardante un difetto fisico presunto tale o fortemente sopravvalutato.4

Un’altra associazione positiva da noi trovata è tra il 5° quesito e lo psicoticismo. Con quest’ultimo s’indica un basso grado di coinvolgimento nei rapporti interpersonali. Nel soggetto psicotico prevale "iperemotività o drammatizzazione": personalità antisociale, borderline, istrionica e narcisistica.5

I disturbi psicotici sono evidenziati da forti alterazioni dell’equilibrio psicologico dovute alla lontananza dalla realtà esterna e a intensi disturbi del pensiero. I disturbi francamente psicotici hanno inizio durante il periodo adolescenziale o nella prima età adulta e spesso sono il risultato di fattori psicologici, fisiologici e genetici, ma non sono ancora chiare le precise cause dietro all'insorgenza di tali disturbi. L’associazione riscontrata ci informa che persone con questo tipo di disturbo possono essere più inclini ad accettare il dilemma e quindi più predisposte all’utilizzo di doping. È facile pensare quindi che ragazzi con elevati tratti di psicoticismo possano essere più deboli e più facilmente esposti al rischio di abuso di sostanze dopanti.

L’ultima associazione positiva l’abbiamo trovato tra la quinta domanda e la personalità ostile. L’ostilità riflette pensieri, sentimenti o azioni caratteristiche della rabbia di cui copre tutte le modalità di espressione e manifestazione quali aggressività, irritabilità e rancore.6

L'ostilità è sempre diretta verso qualcuno o qualcosa di preciso, e rappresenta il tentativo di imporre proprie preferenze o desideri con la minaccia o con la forza. Esiste una relazione tra ostilità e competizione, infatti, secondo la nota psichiatra e psicoanalista Karen Horney l'ostilità “è intrinseca a qualsiasi intensa competizione, dal momento che la vittoria di uno dei contendenti implica la sconfitta dell'altro".

Lo psicologo Morton Deutsh scriveva: “In una relazione competitiva, un individuo è predisposto a osservare l'altro in termini negativi, ad avere un atteggiamento diffidente, ostile e di sfruttamento, e un atteggiamento psicologico di chiusura, a essere aggressivo e sulla difensiva, a procacciare vantaggi e supremazia per sé e svantaggi e inferiorità per l'altro, a vedere l'altro come opposto a sé e fondamentalmente diverso e così via”.

Senza dubbio, l'ostilità è in pratica indistinguibile dalla competizione intenzionale, così che un individuo che presenta questa tendenza andrà probabilmente alla ricerca di occasioni competitive. A questa stregua, l'atto del competere può essere una conseguenza dell'ostilità. Si può stabilire che la competitività induca i soggetti a sentirsi più ostili e, a comportarsi in modo più aggressivo?7

È lecito ipotizzare dunque, che, i soggetti che presentano questi tratti della personalità, che praticano sport e/o partecipano a delle manifestazioni sportive, potrebbero fare uso di sostanze dopanti o utilizzarne in futuro? I nostri dati indicano che c’è un’associazione positiva tra chi presenta determinati sintomi di disagio psichico e il successivo utilizzo di sostanze illecite. Gli studi citati in precedenza rafforzano le nostre considerazioni riguardo a certe correlazioni. Inoltre questo studio è utile anche nel comparare il nostro campione costituito da sportivi amatoriali, con il resto della popolazione, a differenza di quanto non facciano gli studi sugli atleti di élite, che si allontanano dalla popolazione media, per quanto riguarda gli studi motivazionali sul doping.

Dallo studio sul nostro campione, emerge anche un’associazione negativa alla risposta negativa al quesito sul dilemma di Goldman con l’ansia fobica, che porterebbe il soggetto a escludere a priori l’assunzione di qualsiasi tipo di sostanza, legale o illegale. La fobia è appunto, una paura estrema, irrazionale e sproporzionata per qualcosa che non rappresenta una reale minaccia e con cui gli altri si confrontano senza particolari tormenti psicologici. Nel nostro caso, si potrebbe dire che essa rappresenta una “protezione” nei confronti di un qualcosa, il doping, che è realmente nocivo e pericoloso, e che quindi rafforza, in questi soggetti, la paura, che questa volta appare più che ragionevole, essendo una minaccia reale, rispetto a situazioni che, in realtà, non lo sono.

I risultati da noi ottenuti possono aiutare i professionisti a identificare quali sono i soggetti a più alto rischio per l'uso di AAS, consentendo interventi mirati e restrittivi a questo tipo di popolazione, portando a una più efficace prevenzione di questa forma diffusa ma ancora poco studiata (Pope et al 2012).

La diagnosi precoce di manifestazioni psicopatologiche dell'atleta è quindi un valido mezzo per combattere il doping su un piano preventivo. Occorre che le istituzioni (Federazioni ed Enti di promozione sportiva) rendano note a tutti gli sportivi non solo le conseguenze organiche delle sostanze dopanti ma anche le loro ripercussioni psicopatologiche. Accanto alla necessità di proseguire le campagne di divulgazione sui vantaggi psicofisici di una corretta attività fisica, si rileva la parallela necessità di campagne di prevenzione promuovendo una cultura educativa medico-psicologica costante e diffusa, tesa a informare quanti più cittadini su gli immensi svantaggi psicofisici e sociali connessi con l'assunzione di sostanze dopanti (De Padova M., 2009).

Le campagne di prevenzione sono importantissime, direi necessarie e indispensabili, al fine di educare sin da piccoli i ragazzi, a una sana etica sportiva, facendo capire quanto sia fondamentale lo sport, nella crescita e nella formazione individuale.

In conclusione bisognerebbe tenere ben presente che:

  • Potendo ipotizzare quali sono i soggetti più a rischio e predisposti all’uso futuro di sostanze dopanti, è importante che, chi è a contatto con questi ragazzi (famiglia, istruttori, educatori, medici ecc.), sappia come e quando intervenire per prevenire tali fenomeni, che, se non presi in tempo, minerebbero la salute e la sana e corretta crescita di questi giovani. Bisognerebbe perciò innanzitutto sollecitare e sensibilizzare queste categorie (informandole e formandole), che sono un punto di riferimento per i ragazzi, soprattutto nel periodo adolescenziale, per far sì che abbiano i mezzi e i requisiti per affrontare determinate problematiche;
  • Promuovere campagne antidoping che siano mirate ed efficaci. Per far sì che questo avvenga bisogna conoscere le predisposizioni, di quei soggetti più deboli, che sono più inclini e che quindi potrebbero essere a rischio di un successivo utilizzo illecito di sostanze dopanti.
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