La donna atleta
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La donna atleta

Il ciclo mestruale influisce sulla performance sportive? Analisi dell’azione degli ormoni femminili sui diversi sistemico involti nell’attività sportiva, quali il sistema cardiovascolare, respiratorio, osteo-muscolare e nervoso, e descrizione delle alterazioni che le fluttuazioni ormonali del ciclo mestruale determinano sulle capacità condizionali e di conseguenza sulla prestazione.

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La donna atleta

Donna, sport e società

Prima di parlare dell’atleta donna sotto il profilo fisiologico, è opportuno affrontare brevemente il tema della donna nello sport.

A partire dai tempi più remoti c’è sempre stata la convinzione comune, chiamiamola pure illusione, che la donna non fosse adatta per svolgere lo sport a livello agonistico, non possedendo quelle capacità fisiche, opportune a sopportare certi tipi di carichi, come invece presenta l’uomo.

Partendo da questa convinzione si sono create due correnti di pensiero: la prima che, mettendo in risalto le doti fisiche e fisiologiche della donna, vuole dimostrarne l’attitudine per svolgere sport ad alto livello; la seconda che invece, sottolineando le differenze fisiche tra uomo e donna, cerca di confermare la convinzione esposta sopra.

Per fortuna nella società contemporanea i sostenitori di questa seconda corrente di pensiero sono diventati ormai una minoranza. Nonostante questo è importante sottolineare come ancora oggi, in Italia, non sia riconosciuta la parità di genere nello sport.

Nel Bel Paese, infatti, nessuna disciplina sportiva femminile è qualificata come professionistica ai sensi della Legge 23 marzo 1981 n.91 con conseguenti ricadute in termini di assenza di tutele sanitarie, assicurative, previdenziali, nonché, di trattamenti salariali adeguati all’effettiva attività svolta. Basti pensare che i premi riconosciuti alle atlete, sia a livello nazionale che internazionale, vedono una riduzione che arriva sino al 50% per i campionati femminili rispetto a quelli maschili nell’ambito della stessa specialità.1

Il mondo dello sport si dimostra così una sorta di microcosmo che riflette problematiche e sviluppi dell’intero corpo sociale: osservandone l’evoluzione e le questioni che lo riguardano si ottiene una sorta di radiografia della nostra società.

Si è ritenuto opportuno affrontare brevemente la posizione e la concezione della donna nel mondo dello sport nella società contemporanea, perché purtroppo ancora oggi viene commesso un banale errore di valutazione riguardo questo argomento. L’errore trova spiegazione nel fatto che a tutti i costi e in qualunque tipo di disciplina si voglia paragonare le prestazioni dell’uomo con quelle della donna e viceversa, ma ha davvero senso questa cosa? Ha un fine preciso che può contribuire ad accrescere la scienza dello sport? Secondo la nostra opinione la risposta a tutte queste domande è solo una: no!

L’uomo e la donna sono due esseri viventi completamente diversi per le loro caratteristiche anatomiche, fisiologiche e psicologiche e per questa ragione riteniamo che, chiunque si appresti a lavorare nel mondo dello sport, debba conoscere e riconoscere queste differenze al fine di utilizzarle per condurre il/la proprio/a atleta alla migliore performance.

Il ciclo mestruale rappresenta un evento che caratterizza e influisce tutta la vita di una donna e ancora di più dell’atleta, per questa ragione conoscerlo è un ottimo modo per renderlo un punto di forza piuttosto che di debolezza.

L’atleta donna: un essere mitologico?

La partecipazione delle donne alla pratica sportiva ha visto un notevole incremento nell’ultimo decennio, sia a livello nazionale che internazionale.

La raccolta dati effettuata da CONI e Istat nel 2014, attraverso il monitoraggio sulla pratica sportiva in Italia relativa all’anno 2013, ha mostrato che la percentuale di donne che praticano sport è pari al 25% della popolazione, contro l’appena 20% registrato nell’anno 2000.1

A livello internazionale questa percentuale vede un’ulteriore crescita. Infatti, come si può vedere dai dati riportati nell’analisi statistica svolta dal Comitato Olimpico Internazionale, nell’ultima olimpiade di Rio 2016 la percentuale di atlete partecipanti ai giochi è pari al 45% contro il 38.2 % delle donne che parteciparono alle olimpiadi di Sidney nell’anno 2000.2

Questi dati evidenziano da una parte la forte crescita dello sport al femminile, dall’altra la necessità di sviluppare conoscenze di genere sempre più specifiche al fine di ottenere una preparazione mirata.

Sebbene infatti l’attività fisica negli ultimi anni abbia acquisito notevole importanza in termini di salute e prevenzione, tale da essere considerata un vero e proprio farmaco, l’attività sportiva agonistica prevede invece alcune controindicazioni se non svolta in modo opportuno ed adeguato.

Nello specifico, alcuni studi, hanno riportato che la donna che pratica sport a livello agonistico, e che si sottopone quindi ad allenamenti intensi e stressanti, può andare incontro a disfunzioni ormonali; disfunzioni che a loro volta possono causare danni a carico del sistema osteoarticolare, alterazioni del metabolismo, alterazioni nel ciclo mestruale e nella percentuale di massa grassa.3

Per quanto riguarda le alterazioni del ciclo mestruale sono numerosi gli studi che hanno posto attenzione sulla loro correlazione con lo stress fisico, tanto da coniare la definizione “disfunzione mestruale indotta dall’esercizio fisico” . Tali studi hanno riscontrato che l’incidenza di queste alterazioni varia dall’1 al 66% in base al tipo, alla durata, all’intensità dello sport praticato e alla definizione della disfunzione mestruale utilizzata nei diversi lavori. Le alterazioni mestruali riportate variano dall’oligomenorrea all’amenorrea secondaria, mentre, nelle atlete più giovani, è possibile riscontrare casi di amenorrea primaria e sviluppo puberale tardivo.4

In merito al ritardo nello sviluppo puberale è stato dimostrato che, l’intensità dell’allenamento e l’età a cui l’atleta inizia a praticare sport agonistico influenzano in modo determinante l’età di questo sviluppo, predominando anche sul background genetico che non viene conservato. In tali situazioni l’età del menarca risulta infatti ritardata di 2-3 anni rispetto al target familiare stimato.

In uno studio del 2011 che coinvolgeva 108 atlete di vari sport e 144 donne che non praticavano sport da almeno 5 anni, che costituivano il gruppo controllo, Falco e collaboratori hanno riscontrato che le atlete avevano avuto il menarca con quasi 1 anno di ritardo rispetto al gruppo controllo.5

Questo ritardo nel menarca presentato dalle atlete, e riportato da diversi autori in vari studi, sembra essere dovuto a due principali fattori scatenanti: il primo fattore è la bassa percentuale di massa grassa mantenuta dalle atlete, in quanto il menarca si presenti solo al raggiungimento del 17% di questo valore; l’altro fattore è lo stress psico-fisico a cui le atlete sono sottoposte, infatti uno stile di vita stressante associato ad un introito energetico insufficiente crea degli squilibri endocrini che alterano la normale attivitipotalamo-ipofisaria, provocando inoltre alterazioni anche a livello surrenalico, tiroideo e a livello della produzione dell’ormone della crescita.

I due fattori appena descritti stanno anche alla base delle alterazioni mestruali riscontrate nelle atlete. Infatti è stato osservato che, mentre le alterazioni a carico dell’asse ipotalamo-ipofisi si ripercuotono sull’asse ipotalamo-ipofisi-gonade generando oligomenorrea o amenorrea secondaria, la percentuale di massa grassa se inferiore al 22% può causare deficit al ciclo mestruale.

Il profilo ormonale delle donne che praticano sport agonistico risulta quindi caratterizzato da una condizione di ipoestrogenismo come conseguenza di un’alterazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-gonade. Tale alterazione comporta una soppressione della secrezione pulsatile del GnRHipotalamico che, con il suo feedback negativo, limita la produzione delle gonadotropine ipofisarie (LH e FSH) , riducendo così la capacità di stimolo ovarico alla produzione di estrogeni.

Proprio in questa riduzione nella produzione di estrogeni è stata trovata la causa che sta alla base delle alterazioni mestruali che presentano le atlete. L’ipoestrogenismo comporta infatti un allungamento della fase follicolare, con conseguente ritardo o mancanza del picco dell’LH e dell’estradiolo al 14° giorno del ciclo, provocando così ritardi mestruali, assenze intermittenti del ciclo, ritardo del menarca, amenorrea primaria o secondaria.

Le alterazioni ormonali appena descritte oltre a generare uno stato di malessere psico-fisico nell’atleta, che si può ripercuotere sullo svolgimento dell’attività fisica, possono generare delle vere e proprie condizioni cliniche quali l’osteoporosi, le fratture da stress e, inoltre, produrre un aumento del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari in età precoce.

Nel caso dell’osteoporosi se associata ad amenorrea e ad un limitato introito calorico, dovuto ad un disturbo della condotta alimentare, costituisce un vero e proprio quadro clinico definito “triade della donna atleta” che risulta avere una prevalenza fino al 15,9% nelle sportive.

Per quanto riguarda invece il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari in età precoce, alcuni recenti studi, hanno mostrato come l’ipoestrogenismo provochi delle alterazioni a carico dell’endotelio vascolare e del profilo lipidico, in termini di concentrazioni del colesterolo a bassa densità (LDL) . Lo sviluppo di questo quadro clinico è associato alla capacità degli estrogeni di stimolare la sintesi e il rilascio di ossido nitrico (NO), un fattore vasodilatante e anti-aterosclerotico che inibisce l’aggregazione piastrinica e lo sviluppo di trombosi, l’adesione leucocitaria e l’ossidazione del colesterolo LDL.

Detto ciò risulta semplice capire come, nelle atlete che presentano uno stato di ipoestrogenismo, le funzioni degli estrogeni vengano meno aumentando quindi il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari.

Dopo aver descritto le controindicazioni che lo sport a livello agonistico può avere sull’organismo femminile, è opportuno sottolineare il fatto che si parli appunto di “controindicazioni” ed in quanto tali si presentano solo nel caso in cui l’attività fisica venga svolta in modi e tempi errati e senza il supporto e la supervisione di un professionista del settore. Abbiamo detto prima che l’attività fisica è considerata ormai come un farmaco, quindi allo stesso modo dei farmaci richiede una prescrizione ed una posologia specifica che solo un esperto in materia può indicare per evitare di incontrare le controindicazioni e gli effetti collaterali.

La triade della donna atleta

Un tema di notevole importanza parlando dello sport al femminile e che tutti gli addetti ai lavori dovrebbero conoscere è la cosiddetta triade della donna atleta.

Il termine “triade della donna atleta” è stato usato per la prima volta nel 1992 per descrivere un’associazione di amenorrea, osteoporosi e alimentazione disturbata tra le atlete di sesso femminile. Tale sindrome si riscontra in particolar modo in atlete che praticano sport in cui il peso in kg va ad influire sulla performance ottenuta, come la ginnastica ed alcune discipline dell’atletica leggera, oppure in sport in cui l’aspetto fisico è uno dei criteri di valutazione su cui si basano i punteggi delle gare, quali la danza e la stessa ginnastica.

L’American College of Sports Medicine (ACSM) descrive la triade come un “complesso insieme di interazione tra disponibilità energetica con o senza disturbi alimentari, stato mestruale e densità mineraria ossea; ognuna delle quali si presenta lungo un continuum tra la salute e la patologia”.6

L’interazione tra questi tre fattori avviene in modo reciproco, circolare, in cui ognuno diventa causa ed effetto dell’altro e risulta quindi difficile riuscire ad individuare l’origine della sindrome.

Entrando nel merito di questi tre aspetti caratterizzanti la sindrome, l’ACSM, definisce la disponibilità energetica (Energy Availability, EA) come la differenza tra l’introito calorico (quante calorie si assumono mangiando) e l’energia spesa con l’esercizio fisico relativamente alla massa magra (lean body mass, LBM). Se la EA si riduce sotto la soglia di 30 kcal/kg/LBM nel corpo avviene una ripartizione dell’energia che permette di mantenere le funzioni fisiologiche essenziali, mentre le funzioni non essenziali vengono diminuite o sospese, come nel caso delle funzioni riproduttive a causa di un abbassamento dei livelli degli estrogeni come descritto nel paragrafo precedente. Identificare questo tipo di problema senza le attrezzature specifiche può risultare difficile; tuttavia le atlete che presentano una EA bassa accusano prima la fatica e hanno un indice di massa corporea (BMI) ed un peso corporeo in kg bassi.

Il rischio che un atleta si ritrovi con una disponibilità energetica bassa si presenta soprattutto nel momento in cui, durante la stagione sportiva, segua una dieta per perdere peso; diventa fondamentale a questo punto la figura dello staff medico che dovrà prevenire l’insorgenza di questo problema e, nel caso in cui si verifichi, cercare di riportare subito ai livelli opportuni l’EA attraverso un corretto introito calorico e/o diminuendo l’attività fisica.

Gli obiettivi primari per riuscire ad aumentare l’EA dell’atleta sono ritornare ad un BMI ≥18.5 attraverso un regime alimentare che permetta un adeguato introito calorico. Così facendo viene ristabilito il giusto rapporto da massa magra e massa grassa con conseguente ripresa del corretto andamento del ciclo mestruale.

Lo stato del ciclo mestruale è uno dei fattori che costituisce il quadro della triade della donna atleta. In questa sindrome si presentano soprattutto disturbi quali: oligomenorrea, in cui il ciclo può durare dai 36 ai 90 giorni, e amenorrea primaria o secondaria, caratterizzata invece dall’assenza di mestruazioni dai 90 giorni in poi.

L’amenorrea ha un’incidenza del 65% nelle donne che praticano discipline sportive che richiedono allo stesso tempo un elevato dispendio energetico ed un’elevata quantità di massa magra, come il fondo, il ciclismo o la ginnastica.

Per individuare questo tipo di disturbi, e monitorare al contempo lo stato di salute delle atlete, è necessario che lo staff tecnico e medico svolgano dei questionari o dei colloqui individuali con le atlete, poiché risulta impossibile individuarli direttamente sul campo. Nel caso in cui un’atleta presenti uno di questi disturbi è necessario individuare le cause in modo da ripristinare prima possibile la corretta funzionalità del ciclo mestruale.

Ristabilire l’attività mestruale in tempi brevi diventa fondamentale in quanto la ridotta concentrazione di estrogeni dovuta all’amenorrea comporta una diminuzione nella densità mineraria ossea, generando così il fenomeno dell’osteoporosi.

Per quanto riguarda lo sviluppo di osteoporosi è noto che l’epoca dello sviluppo puberale è un momento cruciale nello stabilire il picco di massa ossea. Per questa ragione le componenti endogene e ambientali, come lo stato estrogenico e l’esercizio fisico, possono influenzare la crescita e l’adeguata maturazione scheletrica. In particolare le irregolarità mestruali, un menarca ritardato e una condizione di ipoestrogenismo, come quello che si può verificare nelle giovani atlete, sono le cause principali di un ridotto picco di massa ossea.

Il ruolo degli estrogeni risulta così decisivo e la loro carenza nell’età peripuberale predispone quindi ad un maggior rischio di comparsa di osteoporosi nell’età adulta. Tuttavia questo non è l’unico fattore coinvolto: infatti anche uno stato energetico insufficiente e la conseguente alterazione della composizione corporea con la riduzione della massa grassa, che si verifica nelle atlete che perseguono un regime dietetico restrittivo, limita il raggiungimento di un adeguato picco di massa ossea.

Anche in questo caso è necessario che lo staff medico individui tempestivamente questo tipo di problema. Infatti la bassa densità mineraria ossea aumenta il rischio di infortuni, quali fratture, che porterebbero ad un’interruzione dell’attività per un periodo di tempo prolungato.

Da un punto di vista clinico la diagnosi per questo tipo di problema richiede l’utilizzo della radiodiagnostica, ma, nel caso in cui non si disponga di tali mezzi è possibile eseguire la diagnosi andando a ricercare le variabili correlate ad una diminuzione della densità mineraria ossea quali: BMI <18.5, peso in kg, storia mestruale e storia clinica di eventuali fratture pregresse.

La triade della donna atleta è una sindrome caratterizzata da un quadro clinico piuttosto ampio e variegato, in cui più condizioni patologiche interferiscono e sono interdipendenti tra loro. Per questa ragione è opportuno che da parte dello staff tecnico ci sia una conoscenza ad ampio raggio riguardo questa tematica, poiché solo attraverso la conoscenza si possono ottenere i mezzi per prevenire l’insorgenza della sindrome.

Alcuni studi hanno riportato che l’attività fisica, anche intensa, svolge un’azione analgesica nei confronti dei dolori premestruali. Questi studi hanno dimostrato infatti che, durante l’esercizio, migliorando la circolazione sanguigna a livello uterino i dolori sono alleviati; inoltre la prolungata attività fisica comporta un aumento nella produzione di endorfine che contrastano il dolore. Alcune atlete affermano infatti che il dolore diminuisce svolgendo attività fisica regolare.7

Oltre all’aumento nella produzione di endorfine, l’attività fisica, stimola la produzione ed il rilascio di serotonina, ormone ormai noto come “ormone della felicità” . Ripensando ora alle influenze che il ciclo mestruale ha nella vita di una donna sotto il profilo dell’umore e psicosociale, è intuibile capire come l’attività fisica, grazie a questa sua capacità di stimolare la produzione di serotonina, possa portare dei notevoli benefici allo stato d’animo di una donna, permettendole di vivere al meglio la propria femminilità.

Per le ragioni appena descritte, a cui vanno aggiunti i noti benefici medici a carattere generale che l’attività fisica ha sull’organismo umano e che non sono stati discussi in questa sede, riteniamo di poter affermare che il genere femminile ben si presta allo svolgimento di qualsiasi sport o attività fisica senza nessun genere di restrizioni; semplicemente ci vuole un’adeguata conoscenza del corpo umano femminile che richiede alcune attenzioni per poter esprimersi al meglio.

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